Città sommersa (Bompiani, 2020), primo romanzo della giovane Marta Barone (classe 1987, già autrice di tre libri per ragazzi), inserito con merito nella dozzina del Premio Strega, è una storia alla quale si può accedere da due diverse entrate. Si tratta infatti in primis di un romanzo autobiografico, di un racconto di formazione insolito, potremmo dire doppio – come si vedrà –, ma anche di un’indagine storica e sociale su un periodo, gli anni ’70, che continua a rimanere, soprattutto per le giovani generazioni – che l’hanno vissuto solo attraverso la sua eco distorta –, enigmatico, incomprensibile e appunto sommerso, con tutto l’alone di mistero e gravità che questo aggettivo si porta con sé. In Città sommersa storia personale e storia condivisa si confondono l’una nell’altra, travestendosi e rendendo complessa ogni interpretazione semplicistica della vita di un singolo uomo come del significato storico del periodo in cui questi ha vissuto.

Il romanzo inizia con la scrittrice che, trasferitasi da Torino a Milano, a ventisei anni, sembra in procinto di superare quell’intermezzo doloroso che conduce finalmente alla vita adulta. Lavora come consulente editoriale, vorrebbe scrivere un romanzo ma fa molta fatica. È un periodo duro, confuso e privo di sponde a cui aggrapparsi. Tornata a Torino per le vacanze invernali, l’autrice s’imbatte però, un po’ per caso, nella memoria difensiva di un vecchio processo a cui suo padre era stato sottoposto. Quest’ultimo, morto due anni prima, era infatti stato in prigione negli anni ’80: Marta lo sapeva già, eppure non le era mai interessato troppo, forse per via del rapporto un po’ burrascoso che spesso si crea tra una figlia di genitori separati e il proprio padre, forse per il carattere difficile e indecifrabile di lui. Quando però legge nero su bianco l’accusa rivoltagli, “Partecipazione a banda armata”, qualcosa dentro di lei si smuove. Suo padre, un medico, era infatti stato processato e infine assolto con l’accusa di far parte di Prima Linea, per averne curato un membro rimasto ferito durante un’azione terroristica. Marta sa benissimo che lui è innocente, che non è mai stato un terrorista, ma le domande che le ronzano nella testa sono molte. Tra queste, è principalmente una, la più semplice, la più diretta, a tormentarla: chi era davvero suo padre?

È qui che comincia la ricerca. Tentando di scoprire il passato sommerso del padre, Marta interroga vecchie conoscenze di lui, consulta foto e faldoni di documenti. Suo padre le si rivela allora in una luce profondamente nuova: un giovane e intelligente idealista, un difensore intrepido dei più deboli, uno che nell’ambiente politico di quegli anni era conosciuto e ammirato da tutti. Quella di Marta è un’indagine intima – forse la più intima possibile –, con sullo sfondo però uno spaccato sconcertante degli anni ’70. C’è infatti la Torino del tempo, città di operai e di emigrati del Sud, una Torino che le si presenta adesso in vesti del tutto inedite. Ci sono gli scioperi, la povertà, i partiti di estrema sinistra tutti chiusi nella propria gelida ortodossia. Il padre, scoprirà, ha fatto parte di uno di questi, e per obbedienza al partito ha compiuto enormi sacrifici. Arriverà poi la violenza, e con lei gli attentati e il sangue. A questa logica suo padre si opporrà sempre con tenacia, ma ne verrà ingiustamente risucchiato nel momento del processo.

Copertina "Città sommersa" di Marta Barone

Edizione Bompiani, euro 18.

Il dualismo del libro, però, non si limita solo al problematico rapporto tra vicende private e contesto politico. C’è uno scarto più sottile, inconfondibile, che rende Città sommersa più di un memoir e quindi un romanzo a tutti gli effetti. Sto parlando dello scarto inevitabile tra verità e racconto della verità. Per quanto la storia che Marta Barone narra sia del tutto autentica, la sua ricerca, il resoconto di questa, sembrano viaggiare su un binario parallelo alla realtà, prossimo piuttosto alla letteratura. A un certo punto l’autrice comincia a chiamare suo padre L.B., con nome e cognome puntati, quasi volendolo distanziare dall’uomo che lei aveva conosciuto. L.B. possiede infatti una sua autonomia esistenziale, è dotato di un alone romanzesco, e questo per merito soprattutto della sua perenne enigmaticità. Rimarrà sempre, per l’autrice come per il lettore, un oggetto misterioso e perciò affascinante: in due parole, l’ambiguo protagonista di un romanzo.

Forse non esiste davvero altro modo per raccontare i propri padri che quello di trasformarli in precari e impenetrabili personaggi letterari – penso al padre di Kafka nella sua celebre lettera –, intrappolandoli così in un limbo sospeso tra realtà e immaginazione. L’impulso, certo, è sempre quello di tirare fuori dal personaggio una persona vera, ma si tratta di un compito praticamente impossibile. Quella che alla fine delle sue ricerche Marta avrà di L.B. non sarà un’immagine fedele, ma più che altro un ritratto sfocato sul quale tracciare da sola le pennellate mancanti. Leggendo Città sommersa è facile percepire quanto l’incompletezza sia inevitabile: raccontare il passato, raccontare l’altro, non è che un doloroso allenamento al dubbio. La domanda iniziale di Marta Barone si focalizzava sull’identità di suo padre, ma forse c’è un solo interrogativo possibile, per lei: quanto è ampio lo scarto tra il suo L.B. e il vero L.B.?

Se le persone altre da noi sono tanto indecifrabili, lo sono ovviamente anche i periodi storici che non abbiamo vissuto – come pure, in maniera diversa, quelli che viviamo giornalmente. Un giovane lettore alle prese con Città sommersa si troverà, alla stessa maniera della scrittrice, a porsi infinite domande su quel momento tanto tragico che sono stati gli anni di piombo. Com’è possibile, si chiederà, che delle persone abbiano potuto credere così rigidamente in alcune cose, tanto da rinunciare a tutto e da perdere la propria innocenza? Leggendo alcune di quelle vicende, chi non le ha vissute di persona tende forse istintivamente a catalogarle più come letteratura che come verità. Gli appaiono avvenimenti troppo lontani, irreali. Eppure, nella tragica storia degli anni ’70 c’è qualcosa di molto familiare anche per i millennials. Città sommersa dà l’impressione – proprio perché Marta Barone è così giovane –, che l’oscurità degli anni di piombo in qualche modo ce la portiamo dentro tutti quanti, anche chi è nato venti o trent’anni dopo, anche chi non riesce in nessun modo a comprendere le forze che quell’oscurità l’hanno animata.

Per questo, si potrebbe dire, Città sommersa di Marta Barone è un romanzo di formazione doppio: la scrittrice cresce, riesce ad attraversare la sua giovinezza nel mondo di oggi narrando la giovinezza completamente diversa di suo padre, ambientata in un contesto a lei straniante e incomprensibile. Come gli anni ’70 abitano ancora il nostro tempo, simili a una ferita sottopelle, così le generazioni precedenti si muovono costantemente dentro di noi. I nostri padri sono opachi ma presenti. Le loro immagini monche ma comunque decisive. Figlia e padre sono l’uno lo specchio dell’altra. A un certo punto Marta racconta che suo padre le aveva detto che un giorno lei avrebbe scritto un libro su di lui: la sua profezia, che forse era anche una richiesta, o forse un insegnamento, si è infine avverata.

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