La vita di Marco Carrera, il protagonista de Il colibrì (edito da La nave di Teseo) è, scrutandola dall’esterno, una vita in cui gli eventi si accavallano l’uno all’altro in una spirale folle e demoniaca. La sua è un’esistenza tragica, segnata da lutti, imprevisti e occasioni mancate. Eppure Marco Carrera è il colibrì, e come questo piccolo volatile, che sbatte le ali a velocità estrema per rimanere fermo, sospeso nell’aria, anche lui possiede la rara capacità di saper restare immobile, di resistere al cambiamento. Il mondo intorno a lui devia di continuo la sua rotta, impazza, fa male. Marco subisce, subisce ancora. Resiste. Il soprannome di colibrì gli era stato affibbiato quand’era piccolo, per via dei suoi problemi di statura – poi risolti grazie a una cura sperimentale che non mancherà di creare tensioni in famiglia –, ma alla fine il senso di quell’accostamento si rivelerà essere nient’altro che questo: Marco è in grado di stare fermo mentre tutti gli altri si muovono.

Il colibrì, l’ultimo libro di Sandro Veronesi, è un romanzo bellissimo sotto tanti punti di vista. In primis, cosa per niente scontata, è una storia coinvolgente, dove una pagina tira l’altra: Veronesi ha la capacità di farci affezionare al destino del protagonista, di farci fare spudoratamente il tifo per lui. Marco Carrera, l’eroe del romanzo, non compie azioni grandiose, non è un modello a cui aspirare, non possiede un’esistenza da invidiare. È invece un eroe della resistenza, più un maratoneta che un velocista. È un uomo comune dalla vita tragica. La sua è una storia di affetti perduti troppo presto, di amori lasciati evaporare, di cose non fatte e di altre non dette. Intorno a Marco, questo eroe involontario, si agita un intero microcosmo: due genitori molto diversi l’uno dall’altro, lei architetto e lui ingegnere; una sorella brillante e tormentata, la cui vicenda è un po’ il punto nodale dell’intero romanzo, quasi il nucleo fondante del mito di Marco, se di mito si può parlare; un fratello enigmatico, che cova per anni una rabbia misteriosa. E poi c’è Luisa, la donna che Marco ama da sempre e da cui lui è amato: il loro è un amore non vissuto, non consumato, che sopravvive e si alimenta soprattutto grazie a un duraturo scambio di lettere. C’è poi Marina, la moglie di Marco, vendicativa ma soprattutto fragile, e Adele, la loro figlia, un personaggio sfuggente, che da bambina si convince di avere un filo attaccato alla schiena. Marco è una sorta di punto fisso intorno al quale si muove questo vortice folle di dolore e umanità. Marco è una costante.

La Nave di Teseo, euro 20.

Potremmo accostare Il colibrì al classico filone dei romanzi familiari, ma a rendere questo libro qualcosa di unico nel suo genere, oltre alla peculiarità del suo protagonista, è soprattutto la maestria stilistica di Sandro Veronesi, la sua spiccata indole sperimentale. Il colibrì è un romanzo costruito per frammenti, strutturato in un mosaico di tanti brevi capitoli che a volte sono dei racconti classici, altre dei resoconti di telefonate oppure di SMS, altre ancora delle lettere o delle email. I capitoli non si susseguono oltretutto in ordine cronologico, ma anzi si muovono di continuo sulla linea del tempo, passando dagli anni ‘70 all’inizio del nuovo millennio, per poi tornare a una fatidica notte di inizio anni ’80 e poi di nuovo avanti e indietro, fino a giungere, sul finale, a raccontare un futuro prossimo e allucinato. Alcuni momenti fatidici addirittura non vengono raccontati direttamente, ma solo ricordati, rievocati, riferiti in una lettera o durante una telefonata. Questo è un romanzo combinatorio, un puzzle con alcuni pezzi più sbiaditi degli altri, un grande gioco di scambi e di specchi. I personaggi, sorpresi nello scorrere del tempo, si riflettono l’uno nell’altro, si confondono, si equivalgono. Il colibrì, in fin dei conti, è una vera e propria indagine sul tempo, sui suoi capricci e le sue oscure coincidenze. Nella storia di Marco Carrera si percepisce bene come le cose che accadono siano l’una inesorabilmente intrecciata all’altra: il dolore e il lutto, soprattutto, sono il lunghissimo filo rosso nella vita di Marco Carrera, il motore che spinge avanti la sua vicenda tragica ed eroica.

Nel corso delle pagine ci commuoviamo molto – soprattutto sul finale –, patiamo insieme al protagonista, ci arrabbiamo e più di tutto rimaniamo, come lui, sorpresi e inermi di fronte all’assurdità del destino. Dicevamo che questo è un romanzo sul tempo. Bene, è anche un romanzo sul destino. Esistono uomini destinati alla sofferenza? Il destino di Marco è semplicemente quello di resistere al dolore, senza averne nulla in cambio? La domanda posta da Veronesi è una domanda impossibile, a cui non c’è maniera univoca di rispondere: qual è il significato del dolore? A che cosa serve? Eppure, inaspettatamente, nelle pagine finali del romanzo Marco riuscirà a trovare uno scopo, un valore a cui la sua esistenza è stata votata. Un compito che gli è stato affidato, e che non avrebbe mai immaginato di avere in dote. E allora? Che il dolore abbia un senso, che una vita intera da colibrì non sia stata un inutile sforzo? Che ci sia una ricompensa, un obiettivo?

Non sorprende che con questo romanzo Sandro Veronesi sia tra i dodici finalisti del premio Strega, che ha già vinto nel 2006 con il suo libro più famoso, Caos Calmo. Solo Paolo Volponi è riuscito a vincere il più ambito premio letterario per due volte. Che anche Veronesi possa riuscire in questa clamorosa doppietta?

Fonte immagine di copertina: Pixabay.

 

 

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