Qual è il prezzo che si paga, in questo mondo, una volta che si viene considerati folli? E soprattutto, i folli, in che rapporto si pongono nei confronti degli altri, dei normali? Cos’è, in fin dei conti, la pazzia, se non un grido lampante dell’autenticità dell’esistenza? Su questi e su altri simili interrogativi fa luce, con una prosa dai tratti poetici, intrisa di verità, il romanzo Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, edito da Mondadori e annoverato nella dozzina finalista della settantaquattresima edizione del Premio Strega.

L’umanità straripante del racconto accarezza il lettore, sin dalle primissime pagine, unendosi a una delicatezza estremamente concreta e tagliente. Nell’estate del 1994, Daniele, un ragazzo romano di vent’anni, si ritrova in un ospedale psichiatrico, costretto a sottoporsi a un trattamento sanitario obbligatorio della durata di sette giorni in seguito a una reazione di rabbia incontrollata. L’esperienza poetica di Mencarelli, autore di varie raccolte liriche (l’ultima delle quali è quella intitolata Tempo circolare, poesie 2019-1997, Pequod, 2019) affiora delicatamente, fino a spiccare nella scrittura autobiografica di Tutto chiede salvezza per mezzo di un’espressività complessa e sincera, intimamente emozionante.

Mondadori, 2020. Euro 19.

In un martedì vicino all’inizio dei Mondiali, quella calda stanza d’ospedale da sei letti, per il giovane Daniele, è una finestra inattesa su un mondo inedito, che fino ad allora era rimasto estraneo alla sua coscienza, e del quale però, a quanto pare, era una piccola parte anche lui. Madonnina, Alessandro, Mario, Gianluca, Giorgio: i compagni con i quali Daniele si trova a condividere quella settimana emblematica sono perfetti sconosciuti e al contempo familiari ritrovati, sono personaggi bislacchi, inconsueti e ammalianti nella loro aura di presunta “diversità” e nel loro modo di vivere consacrato alla veridicità della vita, all’asprezza del proprio status di internati.

Tra le pagine di Tutto chiede salvezza emergono vigorosamente, e con tenerezza, espressioni dell’animo quali la paura, la rabbia, la sofferenza; esiste, radicata, in Daniele e nei suoi compagni, la volontà di non arrendersi di fronte alle proprie debolezze, accogliendole, anzi, e guardandole da vicino per sentirsi davvero esseri umani, per arrivare a percepire nel profondo di sé stessi quel senso di comunità e di condivisione, per non sentirsi così soli.

O forse questa cosa che chiamo salvezza non è altro che uno dei tanti nomi della malattia, forse non esiste e il mio desiderio è solo un sintomo da curare. A terrorizzarmi non è l’idea di essere malato, a quello mi sto abituando, ma il dubbio che tutto sia nient’altro che una coincidenza del cosmo, l’essere umano come un rigurgito di vita, per sbaglio.

Con questo romanzo esile e suggestivo, oltre a riconsegnare alla memoria un’esperienza preziosamente custodita come iniziatica di una vita poi dedicata alla poesia e alla scrittura, Mencarelli ha il grande merito di rievocare il contatto umano, nella sua realtà più assoluta, e di commemorare l’infinita capacità del linguaggio, della parola che, sola, riesce a curare le ferite dell’animo, lenisce ogni patimento dell’animo e richiama alla verità del mondo.

In copertina: Recinzione, ph. F. Joy. Fonte: Pixabay.
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