La pista di ghiaccio, primo romanzo di Roberto Bolaño – scrittore cult, venerato da critici e romanzieri in tutto il globo, scrittore del sangue essiccato e delle tristi visioni, scrittore sudamericano e poi esule in Europa, scrittore morto troppo giovane e scrittore del futuro -, già pubblicato da Sellerio nel 2004, viene ora riproposto da Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani. A prima vista sembrerebbe trattarsi di un giallo, o forse di un noir, ambientato nella torrida estate della località balneare di Z, in Catalogna. Ma già il titolo nasconde un’ambiguità di fondo: il ghiaccio. Cosa c’entra il ghiaccio col sole, la spiaggia, gli amori estivi e i romanzetti thriller da ombrellone? – insomma,  con tutto quello che ci viene in mente sentendo le espressioni «torrida estate» e «località balneare»? La pista di ghiaccio è infatti un romanzo dalla natura contraddittoria: come il sole estivo è trafitto dal freddo pungente del ghiaccio, così l’impianto del giallo è snaturato, destabilizzato dall’interno. Bolaño fa proprio questo: costruisce la struttura di un thriller e poi la elude, la nega, la sbugiarda. Potremmo dire che è un giallo atipico, un finto-giallo, o meglio ancora un anti-giallo, definizione che d’altronde calza alla perfezione a molti dei suoi romanzi successivi, come 2666 o Stella Distante. È una caratteristica, quella di essere un anti-giallista, che lo ascrive alla schiera di grandi scrittori che hanno trovato la propria strada nel capovolgimento del registro investigativo, nell’utilizzo dell’indagine, della suspense e del mistero in chiave più esistenziale che poliziesca: si pensi per esempio al Paul Auster di Trilogia di New York, o al nostro Carlo Emilio Gadda col suo Pasticciaccio.

Un ritratto dello scrittore Roberto Bolaño. Fonte: http://www.rtve.es

La pista di ghiaccio è un meccanismo a orologeria a tre voci, quelle di tre uomini le cui confessioni si intrecciano tra loro capitolo dopo capitolo. Assomigliano a tre deposizioni rilasciate a non si sa chi: forse alla polizia, forse a Dio, forse, semplicemente, a nessuno. Solo una cosa si sa per certo: c’è stato un omicidio. Qualcuno è morto, ma il suo nome non viene mai pronunciato; il corpo del reato esiste, ha un volto, ma non riusciamo a scorgerne i lineamenti. E allora? Allora ipotizziamo. La pista di ghiaccio è un romanzo che, come un rebus esistenziale, fa ipotizzare: Bolaño, da buon anti-giallista, dà pochi indizi, se ne frega della logica investigativa e delle regole di genere; si concentra più che altro su dettagli apparentemente inutili, come la descrizione del viso triste di una donna o della tenda malandata di un campeggio. Quello che gli interessa sono le miserie del mondo, le nostalgie, le ambizioni frustrate. Due dei suoi protagonisti sono sudamericani, volevano entrambi fare gli scrittori, ai tempi di Città del Messico, ma poi sono emigrati, o meglio, sono stati esiliati. Temi carissimi all’autore – l’esilio, la poesia, il Sudamerica -, che subito riportano alla mente le pagine memorabili del suo romanzo più conosciuto, I detective selvaggi. I due conducono però vite totalmente diverse. Remo Morán si è fatto una posizione a Z: gestisce un campeggio, un bar, un albergo, dei negozietti turistici. Z è la tipica cittadina che d’estate si riempie, e Remo, sebbene un matrimonio fallito alle spalle, sebbene i naturali rimpianti, è uno che ce l’ha fatta, uno straniero che ce l’ha fatta. Gaspar Heredia, suo amico laggiù in Messico, invece non ce l’ha fatta per niente. È povero, senza lavoro e senza permesso di soggiorno. Per una serie di fortunate circostanze rientra in contatto con Remo, che gli offre di lavorare durante l’estate come guardiano notturno del campeggio Stella Maris. Gaspar accetta di buon grado, anche se non sa bene cosa l’aspetta. Il terzo protagonista, Enric Rosquelles, è un funzionario del comune di Z, praticamente il braccio destro della sindaca Pilar: il suo personaggio è ambiguo, fa insieme ribrezzo e tenerezza, lo odi ma alla fine fai il tifo per lui. È grasso, un po’ viscido; a lavoro poi è autoritario, sprezzante, arrivista ma è anche innamorato pazzo della bella Nuria, astro nascente del pattinaggio e volto noto della città. Quando Nuria perde la possibilità di allenarsi insieme alla nazionale di pattinaggio, Enric le fa costruire, di nascosto – e con fondi pubblici – una pista di ghiaccio segreta all’interno di un enorme ed enigmatico edificio abbandonato: Palazzo Benvingut. Con al centro, come suo nucleo, la pista di ghiaccio, Palazzo Benvingut è un luogo magico, sospeso nel tempo, simile ai tanti che affollano la storia della letteratura, come i labirinti di Borges, o il Palazzo di Atlante nell’Orlando furioso.

Intorno alle vicende dei tre uomini orbitano insomma un palazzo surreale con un segreto al posto del cuore, una pattinatrice seducente e disperata, ma anche altri volti e altri luoghi: il campeggio di notte, con i suoi ubriachi e le sue risse, il mare, e poi una giovane donna che porta sempre con sé un coltello e sembra malata, una vecchia che vive cantando per le strade di Z con il suo compagno di avventure, l’ex moglie di Remo, la sindaca e soprattutto un mistero sconosciuto di cui avvertiamo il respiro ma non riconosciamo la figura.

La pista di ghiaccio è, in un certo senso, una profezia di quello che Bolaño diventerà con i suoi grandi romanzi; ed è anche una buona introduzione ai suoi temi e soprattutto al suo modo di scrivere eccessivo eppure delicato, alla costruzione della sintassi travolgente ma al tempo stesso equilibrata, quasi l’immagine di un corpo che sembra perdere consistenza ma che ancora si mantiene, miracolosamente, vivo. Tutto è onirico, le cose si confondono tra di loro, e noi fatichiamo a riconoscere chi siano gli assassini e chi gli eroi, chi i miseri e chi i privilegiati. L’andamento è quello di un incubo che però non ci fa svegliare di soprassalto, sudati e ansimanti: provoca invece compassione, rabbia, stupore, persino amore. Rimanendo pur sempre un incubo.

Edizioni Adelphi, euro 17

© riproduzione riservata