di Claudio Bello

Il lupo si aggira minaccioso nei pensieri degli uomini, cacciatori o prede che siano. Non è semplicemente un animale. È un simbolo. Che cosa rappresenta? Che cosa preannuncia o presuppone? Il lupo è la fame, ma è anche la libertà di avere fame. È la paura, la cecità; è un segreto nostro o degli altri. Il lupo non ci appartiene più da molti secoli. O forse ci apparterrà sempre. Nel romanzo d’esordio di Roland Schimmelpfennig – tra i più apprezzati drammaturghi tedeschi contemporanei -, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo (Fazi Editore), un lupo solitario parte dalla Polonia e giunge fino a Berlino. Sono giorni in cui nevica moltissimo, e in città il lupo appare un attimo per poi scomparire e ricomparire da tutt’altra parte. Esisterà davvero, questo lupo? Per forza, ci sono i testimoni, c’è addirittura un’inquietante fotografia con il lupo ai lati di un ingorgo autostradale, e dietro di lui un cartello: «BERLINO 80 KM».

La capitale è in fibrillazione: sono tutti attratti e terrorizzati dall’idea di incrociare il lupo. La minaccia, come una febbre, sorvola i palazzi in ristrutturazione dei quartieri operai, e si acquatta nei vicoli notturni dei parchi o nella ressa caotica delle piazze. Le apparizioni del lupo fanno da sfondo – da scenografia – alle numerose vicende del romanzo: la crisi di coppia di due giovani polacchi; un ragazzo e una ragazza che, in fuga dal loro paesino di provincia, vagano alla cieca per la città con i genitori sulle loro tracce; una reporter ansiosa di farsi notare incaricata di scrivere riguardo al lupo e un uomo che lo vuole trovare a tutti i costi… le storie si intrecciano tra loro in un puzzle sbiadito e volutamente incompleto. I capitoli sono brevissimi.

La prosa scarna, fulminante, assomiglia quasi alle gelide didascalie di un’opera teatrale. I personaggi si sfiorano, ogni tanto si toccano dando l’impressione di un disegno più grande, di un segreto profondo che leghi intimamente le loro vite. Ma le strade che si erano congiunte non portano da nessuna parte. Anzi, finiscono quasi subito per dividersi. I protagonisti sembrano infatti incapaci di comprendere la lingua dell’altro, impossibilitati a comunicare, come succede a Tomasz, il muratore polacco che passa ore e ore a discutere con la sua ragazza Agnieszka nella propria testa, e che poi dal vivo rimane inesorabilmente muto. È un tessuto umano confuso, amalgamato male, quello della calca infelice, nervosa e in perenne movimento tra le vie di Berlino, metropoli stanca e paradigmatica.

C’è una sensazione, un’atmosfera interiore, che chiunque abbia vissuto per un periodo in una grande metropoli contemporanea conosce bene: quella di sentirsi protetti e al contempo dispersi in un universo enorme e disordinato. La città ci accoglie ma non ci riconosce. È una madre che tiene stretto a sé il suo bambino ma non gli parla mai. È, in fin dei conti, una dolce prigione. Ricordate le fiabe? I personaggi delle fiabe sono intrappolati in un mondo dove tutto possiede un senso. C’è la principessa, l’eroe e, appunto, il lupo cattivo. Ogni azione ha uno scopo ben preciso: tutti, alla fine, vivranno felici e contenti. Il titolo del romanzo di Schimmelpfennig ne rivela subito il carattere fiabesco.

Anche i suoi personaggi sono intrappolati. Ma questa è una fiaba metropolitana, una fiaba per adulti. Non c’è alcuna morale, né ci sono buoni e cattivi o premi e ricompense. I muri della prigione, come i confini della città, sfuggono, sono liquidi e invisibili. Nella fiaba per adulti nessuno conosce la propria identità. Si è dispersi già in partenza, e semplicemente si cerca qualcosa, o qualcuno, per continuare a perdersi sempre di più. Regna non tanto l’infelicità, ma una malinconica, annoiata inevitabilità. In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo è quella fiaba oscura e senza finale che la grande letteratura di oggi non smette di raccontare.

La metropoli, sua ambientazione naturale e suo specchio, è un gorgo pieno di fantasmi, come quello di un padre alcolizzato alla ricerca del figlio arrabbiato, e di una donna che un tempo è stata un’artista e ora non lo è più; quello del bianco della neve che non rallegra ma spaventa, dell’immagine di un Muro che è crollato ma pare ancora che ci sia. O di un lupo che potrebbe spuntare improvvisamente e divorarci, oppure scrutarci un attimo e poi andare via.