La storia, questa inguaribile romantica malata di nostalgia. Ci tiene per mano e ci invita a guardare indietro, ricordandoci di ricordare chi siamo, presupposto necessario per continuare ad andare. La storia è vita, memoria della strada già percorsa, quella che ci ha insegnato a camminare e che ci conduce passo passo verso lande inesplorate. La storia siamo noi: ognuno ha la sua, una tessera incastrata nel puzzle dell’identità sociale, fatta di racconti diversi e collettivi. Questo ci dice Don DeLillo, uno dei massimi profeti della contemporaneità, lucido studioso del quotidiano, tra l’analisi di un gesto e un fotogramma della vita di strada. Storia e vita sono i fili conduttori di Underworld, capolavoro delilliano edito negli USA nel 1997 e tradotto in italiano per Einaudi due anni dopo.

Don DeLillo
Fonte: grazia.it

Soggettività. Per navigare dentro un romanzo di dimensioni bibliche, tra pagine e pagine di ritratti intrecciati e di intrecci ritratti serve un taglio molto personale: serve adottare una storia, guardarci dentro, seguirla facendosi accompagnare. Per questo motivo risulta praticamente impossibile chiamare in causa qui ogni personaggio del libro e raccontarne le vicende: il risultato sarebbe una lista infinita e confusa. Ma questo lo sa anche DeLillo. Così, con doti ingegneristiche eccezionali, l’artista statunitense – che ha origini italiane – è capace di chiudere tanti universi di umanità dentro un unico sfondo, operazione di chiaro gusto decameroniano. Ed è la storia stessa a fare da cornice. Ma ci si potrebbe chiedere: com’è possibile, se di per sé la storia è quanto di più vasto possa darsi? Sta tutta qui la bravura di DeLillo: selezionare un pezzo di storia americana, compresa tra il 1951 e il 1989, ed orientarne il focus verso il punto di vista delle singole storie raccontate. La storia siamo noi, dicevamo; in Underworld la Storia sono i personaggi stessi. Geniale.

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Una pallina da baseball? Sì, perché in effetti manca qualcosa. Siamo al 3 ottobre 1951 e a New York, presso il Polo Grounds, si gioca una leggendaria partita che vede sfidarsi i Giants e i Dodgers: cronaca di un match realmente disputato. Martin è un ragazzo di colore di Harlem Cotter, che approfittando della calca e degli spintoni all’ingresso è riuscito ad intrufolarsi allo stadio dopo aver saltato i tornelli ed eluso i controlli delle forze di polizia: è l’incipit del romanzo, ci siamo catapultati dentro al punto che seguiamo i movimenti di Martin, saltiamo e corriamo con lui, abbiamo il batticuore e il fiatone, proviamo paura davanti ai poliziotti che ci vogliono inseguire ma non riescono, siamo veloci, noi e Martin. Accompagniamo il giovane alle tribune, ci sediamo col sudore che ci bagna la maglia e l’adrenalina ancora in circolo: la partita è già iniziata, noi ci sentiamo osservati. Tensione. D’improvviso il fuoricampo che assegna la vittoria del campionato ai Giants, e la pallina che cade sugli spalti. La prendiamo, noi e Martin, dopo essercela litigata col vicino, e abbandoniamo l’impianto fieri, accompagnati all’uscita dagli sguardi invidiosi e stizziti del pubblico intorno. Sfogliando le pagine torniamo ad essere lettori non protagonisti, ma solo a fasi alterne, ritrovando la pallina cinquant’anni dopo nelle mani di un tale Nick Shay Costanza, che il giorno della famosa partita era un ragazzino come Martin. Di qui in poi è un continuo passaggio di mano in mano: la pallina diventa il vanto di molti, e funge da pretesto per ricostruire – attraverso la prospettiva dei suoi vari possessori – il quadro storico dell’America, dalla Guerra Fredda al crollo dell’URSS.

Un biglietto autentico della storica partita tra Giants e Doodgers, 3 ottobre 1951
Fonte: natedsanders.com

È quindi la pallina a chiudere il cerchio: il filo conduttore che è, insieme, cimelio e confessore, quel qualcosa che assiste all’intimità dei protagonisti, che vive con loro e che da loro si sente raccontare storie.

Ma dove e come si colloca l’autore nella Storia? La prosa di DeLillo è prolissa e ricca di concretezza: questo la dice lunga sull’intenzione delilliana di parlare degli americani con gli americani. Una sorta di dialogo a distanza sotto le vesti del romanzo. DeLillo non giudica, si mantiene sempre piuttosto imparziale. Ma non per questo non si pone una domanda: dove stiamo andando? E ci fidiamo, spesso farsi e fare delle domande sa avere più effetto che non fornire delle risposte. Siamo in pieno americanismo, gli Alleati hanno vinto la guerra e si sono ufficialmente candidati a superpotenza mondiale, abbandonandosi alle logiche del consumismo spietato. Ma il risultato qual è stato? Un mondo dominato dalle leggi del mercato che ha visti sacrificati i valori umani? Del resto l’America ha fatto il suo: caduto il comunismo e missione compiuta. Ora il problema si è trasferito dentro milioni di coscienze che non si riconoscono più nelle virtù sociali della tradizione americanista e si dilaniano a vicenda in preda al vizio consumistico. Emerge il quadro (apocalittico?) di una nazione egoista che dimentica la causa comune: ecco l’importanza del gioco di squadra, ecco l’importanza del baseball, il primo sport nazionale americano.

Il baseball riscatta l’uomo dal peccato. È uno sport di conquiste ed eliminazioni, come la vita, come la storia. Una sorta di istinto, per cui anche chi non lo conosce bene in realtà lo pratica ogni giorno. Ecco cos’è Underworld, quel mondo che serpeggia sotto il mondo stesso, è il mondo della dimensione privata ed intimistica di coscienze al servizio di una comunità. È un libro per tutti, perché – se vogliamo – è il libro di tutti. E non soltanto degli americani.

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