Roma sparita non è soltanto il prodotto degli acquerelli di Franz: è il triste esito di un’attualità pericolosa. Così dagli scorci ottocenteschi di una natura contadina lontana dalle scorie industriali, fino all’affaire-nasoni che ha dominato la cronaca cittadina dell’ultimo periodo, Roma si riscopre una macchina d’epoca che nel viaggio per l’avanguardia perde molti dei suoi pezzi migliori. Chi ci perde in primis è l’arte, da sempre marchio di fabbrica della capitale, desolata e recriminante: e la storia non sembra essere cambiata, perché il destino ha puntato un nuovo obiettivo. Se anche il Salone Margherita muore, allora con esso si affievolisce il fuoco della cultura, di nuovo, ad alimentare un impietoso circolo vizioso di privazione tradizionale. Cosa fare è imperativo che spetta alle istituzioni: qui ci si limita a discutere di un rischio paventato e insieme tangibile, a fronte del quale una grande rappresentanza artistica ha già iniziato una campagna di feroce protesta.

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Da Philippe Daverio a Vittorio Sgarbi: la lista è lunga e fa causa comune con una vera petizione lanciata dal blogger Stefano Molini, che ha già collezionato circa cinquemila firme. Il movimento è totale, al punto da convogliare anche semplici cittadini, spettatori inermi del processo di graduale frammentazione urbano-culturale: la rivendicazione è forte nel suo tono pacifico ma spassionato, che facendo leva sul Sindaco Raggi, sul Ministro della Cultura Franceschini e sul Governatore della Banca d’Italia Visco, chiede a gran voce l’impegno alla tutela dell’istituzione, la salvaguardia della sua memoria, della sua funzione.

Il pressing su Visco non è casuale: il Margherita perderebbe i suoi connotati scenici tradizionali per trasformarsi in altro – un negozio, un’attività di qualsiasi privato si aggiudichi l’immobile – dopo esser passato tra le mani della banca, che si occuperebbe della vendita contando sull’appoggio di un altro istituto finanziario.

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Cos’è e cos’è stato il Salone Margherita è conoscenza inestricabile di tutti gli italiani, figurarsi dei romani, la “sua” gente. Una favola iniziata ben centoventi anni fa, nel 1898, quando i fratelli Marino, imprenditori teatrali nonché già in possesso dell’omonimo Salone Margherita di Napoli, decisero di investirvi per farne un importante punto di ritrovo della borghesia romana di fine ottocento. Inizialmente Teatro delle Varietà, il Salone fu poi ufficialmente Margherita a partire già da fine secolo, col chiaro intento di omaggiare l’allora regina d’Italia, moglie Umberto I di Savoia. Dalle esibizioni dello scrittore fascista Ettore Petrolini, dagli istrionici spettacoli del futurista Filippo Tommaso Marinetti fino agli sketches comici di TotòAldo Fabrizi, il varietà del Margherita è tutto un susseguirsi di interpreti della storia teatrale e cinematografica italiana, giocata nel contesto di uno scenario di eleganza e ricercatezza raffinata tale da richiedere a più riprese un ampliamento della struttura, letteralmente presa d’assalto già dai primi del Novecento. Il primo sostanziale passaggio di proprietà è datato 1972, con l’acquisizione dell’immobile ad opera della compagnia Castellacci-Pingitore, che del Salone avrebbero fatto il nido del Bagaglino, con un successo che sbarcherà in televisione e detterà la lezione al generalismo del piccolo schermo.

“Magnamose tutto”, lo spettacolo celebrativo del fenomeno-Bagaglino che ha debuttato al Salone Margherita di Roma il 25 novembre 2016.
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Nevio Schiavone è l’ultimo imprenditore in ordine temporale ad aver messo mano sulla creatura dei Marini. Dalla sua acquisizione (avvenuta tre anni fa) il Salone ha preso ad ospitare qualcosa come trecentoventi serate l’anno tra spettacoli di cabaret, opere liriche e concerti (oltre al tradizionale appuntamento col Bagaglino, fedelmente mantenuto), per un totale di spettatori che si aggira attorno ai trentamila annui.

Adesso è tutto in bilico, dalle tappezzerie vintage ai sogni da palcoscenico: tutto perché la scorsa estate a Schiavone non è stato rinnovato l’affitto, cosicché il Salone è stato messo all’asta. Un affare da dieci milioni complessivi, cifre troppo onerose per reinvestirle in arte: per questo si prospetta il baratro, appuntamento destinato al prossimo dicembre. La fine di un’epoca.

Allora il web è bombardato da appelli che fanno da controcanto alla petizione di Molini: salviamo il Salone Margherita. Che si scelgano le modalità, al resto ci pensa la speranza. Perché a fronte di dieci milioni o di qualsiasi altra cifra, la cultura e la tradizione non hanno prezzo.

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