Dal coro che, lungo i secoli, ha tessuto gli elogi di Shakespeare spuntano voci illustri che, invece, ne hanno demolito la figura e l’opera. E ciò che più sorprende è la mordacità di una denigrazione intesa a far scendere dal piedistallo colui che vi era salito per unanime approvazione, o quasi.

Nel 1906 Leo Tolstoy scrisse un saggio intitolato “On Shakespeare and Drama”, in cui le opere del cigno di Straford-upon-Avon sono stroncate perché ritenute “triviali e nocive”, mentre il drammaturgo viene definito “insignificante e privo di senso artistico”. E a suggellare la caustica critica interviene la sentenza secondo cui Shakespeare è “non solo non morale, ma, ciò che è ancora peggio, immorale”.

Altrettanto pungente è la valutazione di George Bernard Shaw il quale, in un articolo pubblicato sul “Saturday Review”, ricordava che il suo disprezzo non era concentrato solo su Walter Scott, ma anche su Shakespeare: un disprezzo per quest’ultimo, sottolineava lo scrittore irlandese, che si fa ancor più acuto “quando metto a confronto il suo cervello con il mio”. Sebbene Shaw riconoscesse al drammaturgo inglese una ricchezza inventiva sul piano linguistico, non gli perdonava, tra gli altri peccati, il tono stucchevolmente melodrammatico dell’“Otello” e il carattere “puramente commerciale” (“potboiler”) che inficia la commedia “Molto rumore per nulla”.

E non risparmia velenosi strali Voltaire, che definì Shakespeare un “selvaggio”, sebbene dotato di un po’ d’immaginazione, e paragonò la sua produzione a un “ammasso di sterco” dove comunque è possibile trovare qualche “perla di saggezza”.

Chiude il cerchio lo scrittore e filologo britannico Tolkien: alcune sue lettere, al vetriolo, dipingono Shakespeare come un “folle” e certificano la sua decisione, in qualità di professore di inglese, di bandire dal programma di insegnamento le opere del malcapitato perché “polverose e piene di ragnatele”.

Illustrazione di ©Elisa2B

 

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