Un libro come Accabadora di Michela Murgia è, per chi fa teatro, un’enorme, pericolosissima tentazione. Da una parte, c’è una storia che è forte a dir poco: parliamo di un capolavoro, vincitore del SuperMondello e del Premio Campiello nel 2010, tradotto in moltissime lingue, che è stato in vetta alle classifiche di vendita per mesi; e dall’altra, proprio il fatto che quella storia sia così conosciuta e universalmente apprezzata fa sì che la sua mise en scène sia una sfida allettante come poche per chi, in quel libro, ha intravisto un potenziale scenico straordinario. Tuttavia il rischio è grande e le trappole si moltiplicano, disseminate qua e là sul sentiero che va dalla letteratura al teatro: l’errore più banale è la trasposizione pedissequa, mimetica dell’opera narrativa mentre quello più insidioso consiste forse nell’eccessiva concettualizzazione dei temi, nella conversione simbolizzante che può addirittura portare al tradimento del testo originale. Nulla di tutto ciò accade nello spettacolo Accabadora in scena fino al 24 novembre al Piccolo Eliseo di Roma. Anzi: il lavoro teatrale è quanto mai fedele, nell’essenza, al romanzo da cui nasce ma al tempo stesso è altro, è creazione a sé stante.

Carlotta Corradi ne firma la drammaturgia rimescolando le carte di Murgia per comporre un nuovo quadro scenico: gli elementi della fabula, è ovvio, sono gli stessi ma l’intreccio, la prospettiva che filtra la narrazione sono completamente diversi. L’attenzione non è più focalizzata su Bonaria Urrai: il racconto teatrale ha una voce sola ed è quella di Maria. Ecco allora che tutto comincia dal ritorno della giovane a Soreni: la madre putativa l’attende nel letto di morte, è paralizzata, prossima oramai alla fine, alla sua fine, proprio lei, la Tzia, la femina accabadora che con il sonno eterno degli altri ha avuto a che fare tutta la vita. Il dialogo tra le due è in realtà un lungo e intenso monologo, sostenuto dall’interpretazione magistrale di Anna Della Rosa che non si risparmia neanche per uno dei 70 minuti in cui è sola, sul palco, tra i fantasmi. L’attrice è davvero generosa nel restituire al pubblico l’evoluzione completa del suo personaggio e incarna alla perfezione la bambina curiosa e affascinata dalla Tzia Urrai così come la giovane donna che cerca con tutte le sue forze lo sradicamento dalla terra natìa, l’emancipazione, l’oblio. Il suo è un nostos emotivo profondo e commovente: Della Rosa ce lo consegna tutto, in blocco, senza omissioni. Il mistero dell’identità di Bonaria è svelato poco a poco, si dipana come una matassa; la figlia reclama il suo diritto di sapere, la verità le è necessaria proprio come l’acqua che continuamente offre alla madre putativa ma che beve, avidamente, lei stessa. Arrivano perciò la rabbia, il livore, la furia: Maria che finalmente capisce, Maria che finalmente sa non può più essere bambina, nemmeno con sua madre. Le sue urla di sgomento sgorgano in un climax vigoroso che poi cede lentamente il passo alla pietas, all’amore, al perdono in un rito lento ed emozionante di trasfigurazione: nella seconda parte dell’atto unico, la protagonista si mette letteralmente i panni della vecchia e con essi manifesta il desiderio implicito di di fare chiarezza nella nebbia dei ricordi e dei sentimenti, di ricomporre l’immagine infranta della donna che l’ha amorevolmente cresciuta. E tale effigie appare, struggente e vividissima, nel finale.

 

La regia di Veronica Cruciani è estremamente curata, attenta ai dettagli, potente ed efficace nel ricreare le tensioni emotive del romanzo: la protagonista è posta in una dimensione spazio-temporale sospesa- sul palco c’è una pedana su cui l’attrice si muove e da cui discende solo alla fine- che è metafora perfetta della memoria, dell’inconscio, dell’interiorità: un non-luogo in cui i ricordi affiorano grazie alle parole ma anche attraverso i suoni, i colori, le luci. Estetica e poetica si muovono all’unisono fondendosi nel corpo di Maria e nel suo farsi ombra per riemergere nel momento successivo con una nuova rivelazione.  Nella prima parte l’atmosfera è calda, l’innocenza della ragazzina sembra dipinta nell’azzurro pastello del suo vestito ma dopo un po’ il rosso cremisi delle sue scarpe si espande sul fondale e cangia successivamente virando al viola, al blu e infine al nero della notte, al nero che non è segno del lutto ma semmai lo nasconde, al nero della gonna di Bonaria l’accabadora e dell’amatissima figlia Maria. Un nero diverso dall’idea comune di nero: un nero che è il colore dell’amore, il colore della verità.

Immagini di copertina e a corredo dell’articolo: Pagina FB Accabadora.
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