Trasportare sotto forma di spettacolo teatrale, Accattone di Pier Paolo Pasolini non è un’impresa comoda; soprattutto per l’intensità di alcune scene che circondano il primo film dell’autore bolognese così come a causa di topos che vengono affrontati durante la narrazione e che sono gli stessi che caratterizzano il primo periodo romano dell’autore-regista. La difficoltà è principalmente nel rendere veritiero e rappresentazione del linguaggio del cinema che è per Pasolini espressione più efficace della realtà, ciò che è, per sua natura, finzione.

L’intenzione dell’intellettuale bolognese, con Accattone, era quella di approfondire e dare validità alle argomentazioni sviluppate in romanzi come «Ragazzi di Vita» o «Una vita Violenta», proprio attraverso l’utilizzo della macchina da presa: strumento ideale per la rappresentazione della realtà, di una realtà in continua mutazione e impossibile da fermare, rendere statica e, quindi, inefficace sotto forma di linguaggio letterario. Il cinema, per Pasolini, era il linguaggio della vita.

Ma entriamo in scena: in quella dello spettacolo presentato al Teatro Trastevere dal 7 al 12 maggio 2019.

La storia di Accattone, un “ragazzo di vita”, un ultimo, un giovane che sopravvive di truffe, scommesse e furti, soggiorna tra le strade di una Roma appena rinsavita dalla seconda guerra mondiale: la Roma degli anni ’50 e del boom economico. Per il lungo Tevere, Accattone passa le sue giornate cercando di racimolare qualche soldo per mangiare, tra personaggi scomodi, prostitute e compagni di avventure. L’uomo, diventato pappone di Maddalena, a causa dei suoi comportamenti e del suo essere, per natura, un ultimo, un ingenuo, porterà la donna ad arrendersi alla giustizia e da quel momento in poi, nel giro di pochi giorni, la sua vita cambierà irrimediabilmente.

Accattone si innamora, si arrabbia, diventa ossessionato dall’amore e dal cambiamento ma il suo destino, così come quello delle sue donne, sembrerà segnato costantemente dalle stesse problematiche: la strada, la fame, l’induzione alla prostituzione e, soprattutto, le scommesse; l’unico strumento nelle mani di Accattone allo scopo guadagnare quel poco che gli consentirà di sopravvivere.

La regia di Enrico Maria Carraro Moda, se da un lato si concentra espressamente sul protagonista, rendendolo parte integrante e della narrazione e del pubblico in sala, che si sente irrimediabilmente protagonista e complice delle vicende che accadranno ad Accattone, dall’altro tenta di ripercorrere con strumenti innovativi le tematiche principali dell’opera di Pasolini, indicate spesso attraverso giochi di luce.

Sul palco, infatti, l’assenza totale di riferimenti, se non di indicazioni sul susseguirsi delle giornate di Accattone per mezzo di scritte luminose che appaiono di tanto in tanto di fronte gli occhi dello spettatore, sembra sintomatico della realtà in continua trasformazione e, quindi, incapace di fermarsi in etichette o concetti razionalmente accettati, di cui è intrisa la pellicola cinematografica e, quindi, l’opera di Pasolini.

Gli attori vivono il loro corollario emotivo individualmente, tanto che talvolta persino le scene di violenza o di sesso, non posseggono tratti comuni o condivisi: i personaggi non si toccano, non si sfiorano, e gli unici due che sembrano possedere la vera capacità di contatto, perché innamorati, sono Accattone e Stella; la donna di cui si invaghisce il protagonista a seguito dell’arresto di Maddalena.

La scelta coraggiosa di “irrigidire” o “falsare” gli atti di violenza e, soprattutto, di sesso che si consumano sul palco, se da un lato potrebbero apparire inverosimili, dall’altro potrebbero indirizzarsi verso l’obiettivo di definire Accattone e Stella gli unici due personaggi reali che si incontrano in scena, non dominati nel profondo dalla società: gli unici personaggi rappresentativi dell’esigenza pasoliniana di raccontare la verità con scandalo e coraggio.

Se il sesso, tema particolarmente significativo nei film e nelle opere letterarie di Pasolini, pare non trasmettere esplicitamente quel significato profondo di liberazione dalle convenzioni e ritorno a uno stato primordiale, animale, di chi è, appunto, soggiogato dalla verità di questo istinto naturale – nonostante le scene meravigliosamente esplicite durante lo spettacolo – un altro sentimento è ben definito: la fame.

Questo bisogno umano, estremizzato e rappresentativo della precaria condizione in cui vive Accattone è il simbolo tragico di una società cieca di fronte le esigenze umane ma continuamente direzionata verso il Potere, il consumismo e il capitalismo. Questo piatto di spaghetti che compare in scena sotto forma di strisce contorte di luce è l’epifania di un miracolo luminoso che, nel suo essere universalmente gratificante, rimane oggetto del desiderio e possibile causa dello sviluppo di pensieri contorti e malvagi.

Le nudità, il piatto di spaghetti come simbolo miracoloso, il membro maschile non nascosto e l’autenticità di alcuni personaggi, così come la scelta di unificare la compagnia di Accattone in un unico personaggio a sottolineare la complicità del pubblico in sala rappresentativo di una società ipocrita, sono gli elementi vincenti dello spettacolo teatrale proposto dall’Associazione culturaleI Nani inani”.

La morte di Accattone, che non viene ampiamente approfondita, la vera protagonista costante e incombente del film in tutta la sua tragicità e accompagnata alle ultime parole dell’uomo «Mo sto bene!», è un icastico simbolo di uscita da una condizione impossibile nella quale non si può né andare avanti né tornare indietro, quella di Accattone, di “un uomo finito”. Solo attraverso la morte, così, il protagonista del film del 1961 è finalmente libero.

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