Un’esperienza intima, di rivelazione, di riflessione; quella in contatto con una donna perseguitata, martoriata dalle sue stesse esigenze e dai suoi più oscuri desideri: questa è la cornice con la quale dal 18 al 20 Gennaio 2019 è stata raccontata Alda Merini all’Altrove Teatro Studio.

Il buio nella sala e le mura cupe che circondano il palco hanno reso il contatto con la protagonista dello spettacolo intriso di magica ritualità spirituale. Una scenografia povera, ma fortemente accurata, lascia spazio, difatti, all’importanza e all’imponenza della figura di Alda Merini (personificata da un’autentica e mai ordinaria Giulia Santilli).

Ci chiamarono tutti Alda” di Fabio Appetito è un’immersione straordinariamente d’impatto nelle sfaccettature caratteriali, psicologiche e mentali prima di una donna, poi di una madre e, solo successivamente, di una scrittrice e poetessa.

Una sedia con una scrivania e una macchina da scrivere, un tavolino, un posacenere colmo di sigarette accese e mai finite, un leggio e centinaia di pezzi di carta sui quali colava l’inchiostro vitale di una scrittrice come Alda Merini. Una scenografia essenziale, quella realizzata all’Altrove Teatro Studio, la quale ha segnato il successo di un appuntamento intimo con l’anima di una vera scrittrice, con le sue follie e le sue verità. Giulia Santilli – con un monologo mai scontato – è riuscita a trascinare completamente lo spettatore, a fargli sentire il peso di quelle parole con le quali Alda Merini ha disegnato le sue esperienze e, contemporaneamente, i desideri di una donna e le legittime libertà di un’artista.

Alda Merini viene interpretata, in un racconto diretto col pubblico, nelle sue debolezze in bilico tra follia e lucidità. L’esperienza in manicomio è tangibile e tocca il cuore di chi osserva una delle fasi della vita della scrittrice milanese, nella quale vengono esplicitate le caratterizzazioni dell’artista.

L’amore per l’esistenza, i desideri sessuali, i momenti di sfrenata pazzia avvolgono lo spettatore e lo incoraggiano a scavare nei propri segreti e nelle proprie irrisolutezze.

Il titolo della rappresentazione, “Ci chiamarono tutti Alda”, «è un monito, un tentativo di spezzare quel confine labile tra finzione teatrale e realtà e lasciarci convincere che anche il più inconcepibile dei dolori ha una motivazione concreta e reale». Lo spettacolo, che termina con un incoraggiamento alla vita selvaggia e proprio per questo reale, lascia il pubblico impressionato, immerso nelle proprie ragnatele mentali, la cui unica via d’uscita è narrata da un lento respiro di riflessione misto a commozione.

La storia dell’Altrove Teatro Studio

Lo scenario che ha ospitato “Ci chiamarono tutti Alda” è una realtà familiare, ricca di ispirazione artistica e curata nei minimi dettagli. Un centro sperimentale nel quale si assaporano diverse sfumature di arte, un teatro nel quale il “sacrificio” è sinonimo di passione. È proprio la passione di una coppia, quella dei direttori Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, ad avviare “l’Altrove” come progetto di rinascita culturale.

L’esigenza che ispira la crescita dell’Altrove Teatro Studio è quella di mettere al centro dell’ideologia teatrale l’attore come unico protagonista della scena, capace di dar vita con il suo corpo e la sua voce, a esperienze esclusive. L’attore, che viene ormai lasciato ai margini della società, è di nuovo il centro funzionale di una realtà nella quale teatro, arte, cultura ma anche divertimento viaggiano di pari passo. Un palco, quello dell’Altrove, che lascia all’attore tutto lo spazio vitale per poter arrivare allo spettatore, in modo da concepire l’universo teatrale come luogo di pura rivelazione intellettuale.

L’attore viene anche formato, seguito e indirizzato verso il professionismo, grazie un’Accademia di Arte Scenica ideata proprio per intraprendere un cambiamento di rotta rispetto al Teatro che favorisce le grandi compagnie a discapito di talenti emergenti. Il sogno di Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, così, diventa un’esortazione alla trasformazione di preconcetti che minano la crescita naturale dell’arte contemporanea.

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