di Rossella D’Antonio

In prima assoluta è andata in scena il 20, 21 e 23 giugno la versione post moderna de La Tempesta con l’adattamento e la regia di Luca De Fusco (già direttore del Teatro Stabile di Napoli –Teatro Nazionale) e con la traduzione di Gianni Garrera.

Emozioni e stupore in una sensazionale cornice storica, là dove gli antichi pompeiani vedevano rappresentata la loro vita, il Teatro Grande di Pompei diviene il luogo dove i cittadini di oggi possono vedere invece la vita del passato. La storia nella storia, il fascino nel fascino, connubi carismatici riuscitissimi. 

Prospero e Ariel – Ph. Imma Di Lillo

William Shakespeare con La Tempesta disse addio al teatro. Prima di farlo e di ritirarsi in eterno silenzio però si volge indietro e compendia sé stesso e il proprio cammino artistico nell’immagine di Prospero. Nel suo gesto finale di gettare il manto e spezzare la bacchetta si riconosce il drammaturgo che, dopo aver dato vita al suo mondo immaginario e fatto muovere sulle scene centinaia di personaggi, si congeda dal teatro.

Nella versione di Luca De Fusco egli dà voce a un contemporaneo Prospero, che ha il volto del bravissimo Eros Pagni. Il regista rilegge La Tempesta attraverso il fluire, grandioso e imprevedibile, della mente di Prospero, assecondando l’incedere minuzioso e incalzante del suo piano per congedarsi dal mondo e iniziare la figlia Miranda (Silvia Biancalana) alla vita e al mistero dell’esistenza, coronato nell’incontro d’amore con Ferdinando (Gianluca Musiu).

Il Prospero voluto dal regista De Fusco, dà il suo addio a tutto ciò che egli è ed è stato, tutta la sua formazione, la sua cultura occidentale, i testi e i libri che lo avevano assorbito, plasmato e fagocitato in un mondo agorafobico e che sono stati tutta la sua esperienza di vita. Infatti la scena allude ad una sorta di biblioteca mediatica, in bilico fra realtà e atmosfera onirica. Per stessa ammissione del regista, questo personaggio di grande cultura, di grande capacità immaginativa, sempre immerso nei suoi libri, è nato pensando, dapprima inconsciamente e poi rendendosene conto sempre più, dai ricordi che egli ha di suo padre: Renato De Fusco, emerito storico dell’architettura. Egli dal chiuso della sua biblioteca, ha raccontato, in decine di opere, edifici in gran parte dei quali non è mai stato, ma che ha avuto la capacità visionaria d’immaginare. 

Giunone benedice l’unione di Miranda e Ferdinando (Per gentile concessione del Parco archeologico di Pompei)

L’atto di commiato del Prospero di De Fusco è quindi soprattutto da intendersi come una sorta di resa del ‘Novecento’ e della sua cultura, che non sa che farsene dei libri e li usa per distruggerli o per giocare a palla, simboli di un mondo in arrivo in cui il non senso e l’ignoranza annunciano il loro dominio. I toni non sono sempre cupi e grevi, ma talvolta tendono più al malinconico e al giocoso.

Eros Pagni è un Prospero attuale quindi, l’isola a cui approda è l’isola della sua stessa mente, non distante da quella del regista. Dopo tantissime versioni conosciute di quest’opera, questa Tempesta azzarda un ingrediente in più: la visione oggettivamente contemporanea e soggettivamente introspettiva di un capolavoro che non sembrava potesse più prestarsi ad altre letture. Questo Prospero vive una sorta di visione e illusione introspettiva di sé ai limiti del freudiano. Tutto è nella testa del mago, compresi Ariel e Calibano, i due opposti, interpretati magistralmente entrambi da una sconvolgentemente brava Gaia Aprea. 

Gli altri personaggi, amici e nemici, si presentano con abiti delle più svariate epoche, essendo nient’altro che citazioni della cultura occidentale, di cui il protagonista di questa versione è imbevuto. Essi sono posti in scena come appartenenti ad una sorta di orchestra con tanto di leggìo, su un nastro rotante a mo di tapis roulant che muove personaggi e scena. Il Francisco di Alessandro Balletta, il Sebastiano di Paolo Cresta, l’Alonso di Carlo Sciaccaluga, l’Adriano di Francesco Scolaro, l’Antonio di Paolo Serra (la cui interpretazione ha il mio particolare plauso), il Gonzalo di Enzo Turrin perdono una parte della loro realtà per cederla alle sfumature incerte di un gioco che ne confonde i contorni. Gioco rafforzato da sorprese improvvise, come l’apparizione di un’inaspettata Giunone, interpretata Alessandra Pacifico Griffini, che veste i panni di una seducente Merlyn Monroe per benedire le nozze di Ferdinando e Miranda, un ironico e piacevolmente sconcertante momento glamour

Particolarmente irriverenti ed istrionici sono i personaggi di Stefano e Trinculo i due ubriaconi personificati con bravura e dovizia di particolari da Gennaro di Biase e Alfonso Postiglione. Essi si esprimono in napoletano, il regista omaggia così la traduzione in lingua partenopea che ne fece il grande Eduardo De Filippo nel 1984, senza dimenticare anche le traduzioni e le versioni successive di Tato Russo e poi Arnolfo Petri. 

Tutto funziona ed è asservito alla proiezione di sogno illusione della mente del protagonista che tutti ingloba con i suoi abili incantesimi. Riuscitissimi quindi i costumi di Marta Crisolini Malatesta, la scenografica biblioteca che muta con le accattivanti installazioni video di Alessandro Papa che ci fanno sprofondare nelle atmosfere sognanti e che bruscamente ci risvegliano, supportate dal disegno luci di Gigi Saccomandi e dalle musiche originali di Ran Bagno. Luci, scenografia e suoni che fra i vari giochi mimetici fanno apparire metaforici dipinti decorativi alle finestre. Si riconoscono, fra l’altri, i volti distorti di Francis Bacon (per i monologhi di Calibano), le allusioni metafisiche di Magritte e Dalì, i quadri d’amore di Marc Chagall per i dialoghi di Miranda e Ferdinando. 

Ph. Imma Di Lillo

Anche questa nuova visione de La Tempesta, come l’originale, è un geniale omaggio al teatro. Essa si conferma una delle commedie più profonde che siano state dedicate al senso della vita. È l’opera della rigenerazione, dove il naufrago, il disperso, l’usurpato ritrovano il filo interrotto delle loro esistenze. 

Se c’è una ragione per cui ancora oggi questa commedia ci parla, è nell’idea, per nulla semplice o banale, che l’essere umano sia destinato a convivere con la tempesta, ognuno ne ha una, anche più di una, e che dopo ogni tempesta debba fare chiarezza dentro di sé, e diventare altro, uscirne diverso da come vi era entrato. 

(Immagine di copertina e secondary image: ph. Imma Di Lillo)
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