Chi ha paura di Virginia Woolf? Attenzione, però, perché non ci riferiamo alla scrittrice pilastro del modernismo inglese. Si tratta, piuttosto, di un grande lupo cattivo – di una verità crudele e lacerante, terribile, troppo grande da sopportare e tanto meno da affrontare, che piano piano riaffiora in dialoghi complessi, a volte caustici, quasi insensati e fin troppo diretti, che smuovono la staticità della scena e danno corpo alle illusioni del matrimonio profondamente infelice di George e Martha, protagonisti di una delle opere teatrali più acclamate degli ultimi cinquant’anni.

Edizione Einaudi Teatro. Traduzione di E. Capriolo, euro 11.

Stiamo parlando, ovviamente, di Who’s Afraid of Virginia Woolf?, il testo più conosciuto e apprezzato dello scrittore e drammaturgo americano Edward Albee, vincitore di ben tre premi Pulitzer per la drammaturgia con i suoi A Delicate Balance, Seascape, e Three Tall Women: l’atto unico fu messo in scena per la prima volta il 13 ottobre 1962 al Billy Rose Theatre di Broadway.  Un’opera che scosse letteralmente le fondamenta delle convenzionalità mondane e l’immagine del “perfetto matrimonio americano”, assicurandosi non solo grande successo di pubblico (tale da aggiudicarsi oltre seicento repliche e un adattamento cinematografico in tempo record con interpreti come Richard Burton e Elizabeth Taylor), ma anche di tanta critica, la quale vide nell’opera di Albee un attacco diretto e frontale alla società degli anni ’50. Eloquente, in questo senso, è il titolo originale di questo dramma in tre atti: Exorcism, la liberazione da un male interiore, da un demone oscuro avvinghiato alla propria anima e che infetta l’aria con i suoi fantasmi. Il titolo fu poi cambiato da Albee con una battuta interna all’opera: “Who’s Afraid of Virginia Woolf” è, in realtà, un gioco di parole sulla canzoncina per bambini “Who’s Afraid of the Big Bag Woolf” (quella dei tre porcellini del cartone Disney), che lo stesso Albee aveva visto scritto con il sapone sullo specchio di un bar in Greenwich Village nel 1954, e che continuava a tornargli in mente mentre scriveva: “Certamente – spiegò al Paris Review – chi ha paura di Virginia Woolf vuol dire chi ha paura del lupo cattivo, chi ha paura di vivere una vita senza false illusioni. E, anzi, mi colpì come un tipico scherzo da intellettuali universitari”. 

La vita di George e Martha è infatti intessuta di illusioni che tentano, miseramente, di tener su quella facciata di matrimonio stabile e ben riuscito, ma che è invece sprofondato nell’autocommiserazione, nella rabbia per ciò che poteva essere e che non è stato, e dove l’unica cosa che resta, l’unica “passione”, si è consumata nella bile, nella frustrazione dei tanti anni passati insieme; nel viscerale malessere della co-dipendenza. Sono due personalità pericolosamente destinate all’oblio, quelle di George e Martha, che piano piano impariamo a scoprire tra un bicchiere e l’altro, in urla, strilla e verità sputate in faccia. Bandito ogni filtro o censura, debolezze e demoni profondi possono riaffiorare con la stessa forza di pugni dritti allo stomaco; ma ciò che contraddistingue questa da qualsiasi altra dinamica coniugale, pur deragliata che sia, è la finzione che i due coltivano e portano avanti per anni, impenetrabile all’inizio, ma che vediamo a poco a poco schiantarsi sulla scena, in un crescendo oscuro e pericolosamente ansiogeno.

Scopriremo, infatti, che i due poggiano il loro matrimonio su un figlio che in realtà non è mai veramente esistito: un’illusione cementificata negli anni con la quale poter evadere dalla realtà, dal fallimento del proprio matrimonio e di se stessi come marito e moglie – come uomo e donna (e, per questo, mantenuta gelosamente come un segreto privato, personale, solo loro). Quel figlio era un rifugio: un mondo fittizio sì, ma speciale; una vera e propria dipendenza capace di tenere in piedi un matrimonio disastrato e disastroso, in bilico su piccole e fragilissime punte di ferro. Quella messa in scena da Albee non è altro che un’unione ormai ridotta alle proprie macerie: un autentico fallimento coniugale che sfida qualsiasi immagine e maschera dell’America del boom economico e della felicità ostentata, castrante, una realtà che sapeva fin troppo di finzione. Negare la verità del proprio rapporto era diventata l’unica salvezza per la coppia, e quando questa bolla esplode, la distruzione psicologica sembra imminente: la morte del proprio figlio immaginario – l’atto finale con il quale George pone fine all’illusione – e la decisione di non crearne mai più un altro, non porta ad alcuna soluzione, solo a tanto vuoto:  “Who’s afraid of Virginia Woolf?” – canterà George alla fine del play – “I am, George … I am”, risponderà Martha. 

Un ritratto dello scrittore e drammaturgo Edward Albee. Ph. Jerry Speier. Fonte: www.nordiska.dk.

Chi ha paura di vivere senza finzioni e affrontare la propria disfatta? In questi termini, sembra proprio che l’eccentrica connessione con la scrittrice inglese – per quanto frutto di un gioco di parole scritto col sapone – potrebbe non fermarsi al semplice titolo. Fu lo stesso Leonard Woolf che, vedendo la messa in scena di Londra, si rese conto della somiglianza con una delle short stories scritte dalla moglie: Lappin e Lapinova. Nonostante Albee negò ogni connessione tra le due opere, anche nella storia di Woolf troviamo una coppia intrappolata in un matrimonio infelice e senza figli dove è possibile ritrovare tracce e riverberi della stessa vita di coppia dei due “lupi”. Rosalind e Ernest si rifugiano in una fantasia segreta, ma questa volta non di un figlio, bensì di un mondo altro, naturale e tutto loro, dove marito e moglie sono due conigli di nome “Lappin” e “Lapinova”, in una specie di piccolo mito privato e fragilissimo. Il matrimonio, anche in questo caso, sembra possibile – vivibile – solo se mitigato dalla finzione e declinato in quella lingua segreta che confonde realtà e illusione amalgamandole insieme per dargli vita.

In copertina: una scena del remake cinematografico di “Chi ha paura di Virginia Woolf?” con Elizabeth Taylor e Richard Burton. Fonte: www.filmalcinema.com.
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