Si respira subito un’aria di consapevolezza storica e desiderio di riscatto al Teatro Ivelise di Roma quando si è in sala ad assistere al monologo del giovanissimo scrittore francese Edouard Louis, Chi ha ucciso mio padre. Messo in scena da Massimo Stinco, a dare vita a una storia familiare travagliata è un affascinante Dario di Luccio, i cui movimenti restituiscono straordinaria e palpabile veridicità allo spettacolo.

È lo stesso spettatore in sala, infatti, man mano che il monologo sale di tensione emotiva, a rendersi conto di quanto sia dentro al dialogo cui si sta assistendo e a cui sta dando vita, inconsapevolmente. Perché è lo stesso pubblico in sala a poter rappresentare un eventuale destinatario della confessione di Chi ha ucciso mio padre; perché è lo stesso pubblico in sala a poter rappresentare perfettamente una collettività regredita della quale tutti, consciamente o inconsciamente, facciamo parte.

Una storia di omosessualità e omofobia, incorniciata dal rapporto padre-figlio e dall’infelice rappresentazione della società che tende irrimediabilmente a costringere le minoranze in un angolo, prende vita sul palco del Teatro Ivelise quando in scena appare Dario di Luccio. Una valigia tra le mani suggerisce il ritorno di un figlio nella casa familiare, in una casa che è, però, vuota e priva dell’essenza stessa del focolare. Questo figlio dal viso pallido e dagli occhi stanchi ripercorre le vicissitudini della sua vita attraverso un’incalzante confessione: gli anni trascorrono così velocemente e i ricordi cominciano a tessere una storia di sofferenza e amore, una storia di dolore e odio. Sulle note di “Moi…Lolita” di Alizée si consuma una danza angosciante e tormentata di un figlio che vorrebbe solo farsi accettare, elemosinando un amore libero e naturale da un padre che rimane irrimediabilmente vittima delle sue stesse repressioni etiche o morali. Se un figlio maschio non può piangere, se un figlio maschio non può ballare, è lo stesso figlio a urlare a quel padre arido d’amore: «la mascolinità ti ha costretto alla povertà!».

La memoria di un figlio, così, si libera man mano di ricordi dolorosi e pungenti e contemporaneamente il protagonista della scena si sveste letteralmente dei suoi fardelli. Via via che la confessione si libera di un pezzo di vita, questo figlio si spoglia: ora il cappello, ora la camicia, ora il gilet, ora lo stesso pantalone che costringe la sua sessualità; con un’attenzione ai dettagli e ai movimenti tale da rendere sempre più autentica la narrazione. Se da un lato è dunque l’affermazione della virilità a padroneggiare e pesare sulla crescita di un infante, dall’altra è la capacità di ricercare la propria libertà a vincere sulla società.

Chi ha ucciso mio padre, infatti, vince sulla società con l’estrema e libera sensualità di chi è stato in gabbia, vince su una comunità conservatrice attraverso l’esternazione delle violenze e delle brutalità di chi non accetta le minoranze, quelle stesse minoranze che devono essere tali per affermare la bellezza delle differenze dell’essere umano nel mondo.

Alla fine dello spettacolo, così, rimane una domanda: chi ha ucciso mio padre? Chi lo ha ucciso o cosa l’ha ucciso veramente? Un figlio che vuole essere libero o la repressione mentale?

 

È normale vergognarsi di amare?

Chi ha ucciso mio padre

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