Ciccio è un grassone di provincia a cui piacciono gli uomini che sogna di diventare un ballerino. Potrebbe esserci qualcosa di peggio, di più disgustoso, aberrante di questo? Un uomo villoso e in evidente sovrappeso stretto in tutù rosa che sogna di danzare leggiadro come una piuma di fronte agli occhi esterrefatti di un padre ignorante e buzzurro e di un fratello ingenuo e sempliciotto. Questo è il grottesco spettacolo che ci troviamo davanti quando assistiamo alla rappresentazione de “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza“, prodotto dalla compagnia Les Moustaches.

Ciccio Speranza (Francesco Giordano) e Dennis (Speranza Antonio Orlando). Foto: Pietro Tauro

Ciccio è un personaggio di fantasia eppure, allo stesso tempo, rappresenta molti, forse tutti noi. Ciccio Speranza è una metafora umana di tutti i nostri sogni che custodiamo gelosamente nel cassetto e che ogni tanto escono fuori inaspettatamente. Ciccio Speranza è la ribellione contro i pregiudizi, gli stereotipi, le convenzioni sociali e le norme di buon costume. Ciccio Speranza è la passione, il desiderio, la creatività, la bellezza dei sogni, contrapposti al grigiore della monotonia, della vita quotidiana, del lavoro manuale e ripetitivo, dell’automatismo. Ciccio Speranza sono tutti i sogni che non abbiamo il coraggio di realizzare ma che continuano a vivere e a urlare dentro di noi. Ciccio Speranza è il coraggio di essere se stessi, anche a costo di apparire ridicoli, eccessivi, sgraziati, scomodi, brutti. Per questo tutti noi siamo un po’, anche inconsapevolmente, Ciccio Speranza.

Ciccio Speranza vive in una vecchia catapecchia di provincia sperduta, dove la tecnologia e la modernità sono soltanto un miraggio lontano. Ciccio è un ragazzo in sovrappeso che finge un’eterosessualità forzata con la famiglia, quando in realtà è attratto dagli uomini. Il protagonista vive con il padre Sebbastiano, allevatore violento e ignorante, e il fratello Dennis, che è affetto da un lieve ritardo mentale e che vive schiacciato dall’ombra dell’autorità paterna.

Ciccio però non è come loro, Ciccio ha un sogno, quello di diventare ballerino. Nonostante i suoi chili in eccesso e i suoi tratti virili e mascolini, Ciccio è aggraziato e leggero come una libella e spesso si perde nei suoi pensieri, sognando di danzare sulle punte come una graziosa ballerina dell’opera. Ciccio vorrebbe scappare da una realtà che sembra soffocarlo e che sente non appartenergli davvero, ma liberarsi da tutti i lacci e i fardelli che lo legano a quel posto e alla sua famiglia si rivelerà più difficile del previsto. Forse il destino ha in serbo altro per lui, forse, come gli ripete sempre il padre, lui non è portato a diventare un danzatore, la natura è stata crudele con lui, dovrebbe farsene una ragione e continuare a mungere vacche, un’attività che gli riesce davvero bene. Ciccio sembra così abbandonare per sempre il proprio sogno ma, si sa, i sogni non muoiono mai davvero.

Sebbastiano (Giacomo Bottoni) e Dennis (Speranza Antonio Orlando). Foto: Pietro Tauro

Sabato 11 gennaio siamo stati al Roma Fringe Festival, all’interno del Mattatoio – La Pelanda di Roma, per la seconda data dello spettacolo e abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con il regista, Alberto Fumagalli, che ci ha spiegato meglio l’ideazione, il significato e alcune scelte di questa commedia dal riso amaro.

Ciccio speranza è un personaggio di fantasia o è ispirato a qualche persona o figura in particolare?

Ciccio Speranza è un personaggio puramente fantastico, ma potrebbe essere chiunque.

Quando ha debuttato lo spettacolo? Quanto lavoro c’è stato dietro? Sono previste altre rappresentazioni?

Lo spettacolo ha uno studio lungo, più di un anno. Ha subito adattamenti, varianti ed operazioni, passando dal Teatro della Tosse di Genova per il Premio Scenario sino a Milano, per il bando di Campo teatrale. Essendo una realtà indipendente la nostra, le prossime date dello spettacolo dipenderanno molto dal buon esito di bandi e festival, tra cui, si spera, il Fringe Festival di Roma.

Qual è il dialetto utilizzato dai protagonisti? Non siamo riusciti a identificarlo con precisione.

I protagonisti (Francesco Giordano/Ciccio, Sebbastiano/Giacomo Bottoni, Dennis/Speranza Antonio Orlando, ai quali vorrei dedicare un sincero abbraccio) parlano un italiano imbastardito, una lingua sintatticamente zoppa. È un mix di dialetti italiani, lombardo, siciliano, abruzzese e, addirittura, c’è anche un po’ di spagnolo. L’intento era quello di creare un suono gradevole, comprensibile, privo d’ogni struttura intellettuale. Lo scopo era “piazzare” la famiglia Speranza in un luogo contadino ma non identificabile d’Italia.

Sebbastiano (Giacomo Bottoni) e Dennis (Speranza Antonio Orlando). Foto: Pietro Tauro

Da dove nasce l’idea di questo spettacolo?

Lo spettacolo nasce da un’immagine improvvisa che mi martellò la testa per settimane. Stavo guidando, in colonna nel traffico, bestemmiando con pudore: odio la colonna, i barman e Biagio Antonacci. All’improvviso la radio si ricorda di fare la radio e mette una canzone-poesia, “Mio fratello è figlio unico” di Rino Gaetano. Ed ecco apparirmi Ciccio che sogna, che balla in quel tutù rosa, nella sua sconfinata tenerezza. Lo condivido immediatamente con Ludovica D’Auria (firma con me la regia) che se ne innamora spudoratamente, che, di conseguenza, mi martella la testa per scriverne il testo.

I sogni, come dice il padre di una battuta, possono essere davvero pericolosi, se non tenuti sotto controllo? È giusto continuare a sognare anche quando siamo consapevoli che un sogno è irrealizzabile?

Io non sono d’accordo con Sebastiano ma lo capisco. Lo conosco bene Sebbastiano, la realtà di Ciccio non è così lontana dal 2020 di molte province, e non, d’Italia. Lo devi tradire Sebastiano, lo devi combattere Sebbastiano, eppure vince sempre Sebbastiano. Forse dice delle cose arcaicamente giuste nella sua ottusità: per esempio, io, sognavo di diventare un calciatore ma oggettivamente quando crossavo bucavo i palloni. Credo che ci siano delle situazioni, delle realtà, dei luoghi, delle relazioni, che complicano il sogno, che rallentano il metabolismo per raggiungerlo: il coraggio, la tenacia, il tempo, il culo… E dunque tutto può sembrare più complicato, a volte oggettivamente impossibile. Vomito sulla retorica del “tutti se vogliamo esaudiremo i nostri sogni”, sento il dovere di raccontare la realtà, di sottolinearne le ingiustizie. Ma a me Ciccio dà forza e mi rimprovero se un personaggio del genere dovesse smuovere il pensiero di rattrappire i propri sogni.

Ciccio Speranza (Francesco Giordano). Foto: Simona Albani

Voglio ringraziare tutti i miei colleghi Ludovica D’auria (regia), Giulio Morini (costumi), Tommaso Ferrero (luci e suono), gli attori citati precedentemente che, quotidianamente, credono insieme a me in un sogno, che ha l’obbligo di diventare realtà nonostante le infinite difficoltà e ingiustizie che ci circondano.

LA COMPAGNIA LES MOUSTACHES

La compagnia Les Moustaches , fondata nel 2012 da Alberto Fumagalli, drammaturgo, attore e regista (classe 1990) – diplomato all’Accademia STAPBrancaccio di Roma, nasce e cresce a Fara Gera d’Adda, sulle rive fiume bergamasco. Il piccolo nucleo iniziale si è accresciuto dopo l’incontro e il confronto con altri giovani artisti sparsi e nascosti in tutto il territorio (attori/registi/fotografi/costumisti/scenografi/ballerini, provenienti da tutta Italia, diplomati nelle maggiori accademie del territorio). Un evidente meticciato culturale si fonde nei loro spettacoli, attraverso lo scambio, il dialogo, il confronto, l’unione, in una ricca fattoria artistica. Gli spettacoli della Compagnia sono infatti molto vari sia per tipologia di allestimento che per genere affrontato.

La compagnia durante la stagione teatrale 2018/2019 ha raggiunto la fase finale del Premio Scenario con lo spettacolo/studio “La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza”  ed è stata selezionata dalla Fondazione Claudia Lombardi Bando Testi in scena 2019 per la città di Lugano tra le sei migliori drammaturgie originali con il testo Il Presidente.

Copyright immagine di copertina: ©Simona Albani
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