Ottobre è ormai inoltrato eppure l’aria è calda e la luce del sole è ancora densa, quasi accecante: basta mettersi all’ombra e il sollievo è talmente immediato che gli occhi velocemente si rilassano e i pensieri si schiariscono. 

Incontro Dante Antonelli in uno dei tanti parchi pubblici della Capitale, forse è una casualità o forse no: la prima parte del suo Atto di Adorazione, in scena al Roma Europa Festival per la sezione Anni Luce, è ambientato proprio in un parco urbano dove i quattro protagonisti si incontrano sovente e scoprono loro stessi attraverso il racconto furioso delle personali vicende familiari, amicali, intimiste. Si scoprono, letteralmente, in tutti i modi possibili: rivelano i corpi ancora un poco acerbi e tesi come frecce pronte ad essere scagliate a bersaglio, rivelano le viscere, i nervi, i pensieri e le passioni dell’anima negli intensi monologhi che esemplificano la condizione giovanile senza veti, senza riserve. Senza pudore. È oltremodo temeraria la drammaturgia di Antonelli, ancor più se si considera il fatto che è affidata ad un gruppo di giovanissimi interpreti: Claudio Larena, Giovanni Onorato, Arianna Pozzoli e Pietro Turano sono poco più che ventenni e, se da un lato, l’età anagrafica garantisce loro il physique du rôle, dall’altro è davvero sbalorditivo quanto siano scenicamente savi. Convincono e avvincono proprio come sono in grado di fare i bambini intenti nel gioco più coinvolgente.

Antonelli mi racconta degli anni all’Accademia “Silvio D’Amico”, quando il ventenne era lui: ammette con sereno candore di non aver mai avuto interesse per la regia intesa comunemente ma di sentire gratitudine per quell’esperienza formativa perché gli ha permesso di coltivare disciplina interiore, di allenare quella dedizione al lavoro che porta fino all’abnegazione di se stessi, che, come diceva Eduardo, è condizione necessaria per incontrare le persone del pubblico. C’è profonda cognizione e minuziosa conoscenza della storia del teatro in questo artista del terzo millennio: evochiamo Shakespeare a proposito della drammaturgia come arte della scrittura per la scena che non può prescindere dagli attori, ci confrontiamo sulle unità aristoteliche e su quanto sia importante che la drammaturgia contemporanea ritorni nella pubblica piazza, approdi finanche negli spazi della classicità- quanto sarebbe bello uno spettacolo di Antonelli al Teatro Greco di Siracusa? Cosa potrebbe succedere se l’INDA bandisse un contest per giovani drammaturghi proprio come accadeva ai tempi di Euripide?- concordiamo sulla necessità che il teatro si affranchi una volta per tutte dalla tentazione mimetico-realistica, vanificata ormai definitivamente dalla settima arte prima e dal digitale poi, per offrirsi, rinnovato, alla sua più autentica ragion d’essere, ovvero il confronto con il pubblico

Dante Antonelli, ph. Chiara Ernandes.

Ripercorriamo brevemente gli ultimi anni: da Werner Schwab a Yukio Mishima, dal nero che lascia emergere i personaggi al bianco in cui le figure sceniche si stagliano, appaiono. In entrambi i casi, non c’è la volontà di mettere in scena l’autore novecentesco in sé ma di accogliere una visione e canalizzarla attraverso le possibilità del teatro. Non si tratta di semplice riscrittura e nemmeno di vaga ispirazione: è un processo molto più profondo. Un passaggio di testimone c’è stato, ammette Antonelli, dai dannati e dalle dannate di FÄK FEK FIK, Duet e di SSKK ai salvi in esilio di Atto di adorazione; il trait d’union è quella riflessione necessaria sul presente, generatrice delle forme e dei contenuti, dei linguaggi, degli oggetti scenici. E delle luci e della musica: Francesco Tasselli e Mario Russo non si limitano a suggerire un ambiente scenico e sonoro agli adorabili ninja, sono presenze assenti sul palco che interagiscono costantemente con gli interpreti in azione. Spingono, rallentano, alzano, s’immergono e infondono e bisbigliano con le note e con i colori. Questa coralità, questo unicum che viaggia tutt’uno e polimorfo è forse il segreto stesso della capacità di fascinazione del teatro di Dante Antonelli.

Ci lasciamo parlando del mare: c’è un romanzo dello storico ottocentesco Jules Michelet, intitolato proprio “Il mare”, che lo sta stimolando e ispirando. Domando se ci sarà un’ulteriore indagine sul poliamore: per adesso è prematuro dirlo. Ma un’annunciazione c’è e possiamo conclamarla: Dante Antonelli sta traslocando, dal parco urbano ad un bagnasciuga qualsiasi del mondo.

Ci congediamo e mentre mi allontano, spontaneamente, canticchio di nuovo Ferretti: “Signore Dio bambino/ Carne di ragazzina vergine e madre/ A Lui io rendo culto/ Lui mi rapisce il cuore il mio Signore mio Dio”.

Una scena di “Atto di adorazione”. Ph. Piero Tauro.

Atto di adorazione è in replica straordinaria questa sera alle 21 all’ex Mattatoio di Roma nell’ambito del Roma Europa Festival.

Romaeuropa Festival Credits: romaeuropa.net

In copertina: Dante Antonelli, ph. Federica Di Benedetto.
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