È dedicato a un ragazzo, ha ventisei anni ed è stato l’ispiratore di questo libro. Non l’ho mai toccato. Si chiama Ernesto. Il ragazzo che vorrei possedere. 

Alda Merini, in conversazione con Maurizio Costanzo nel programma “Italia mia benché”

Ernesto, nell’opera teatrale  Dio arriverà all’alba di Antonio Nobili, andato in scena al Teatro Out Off lo scorso 1° novembre, diventa Paolo anche lui, e con Alda vorrebbe parlare solo e sempre di poesia. Ma la ragazzetta del Naviglio (così la chiamava l’amico Pier Paolo Pasolini) non ci sta e, dissacrante come al solito, alle sue domande su metrica e intenzione risponderà “Lei lo fa l’amore?”. È il racconto di quest’amore, casto, informale, sbagliato, impossibile, lo spettacolo scritto e diretto da Nobili, un elogio alla vita, più che al lavoro, della poetessa milanese. “Sono arrivato ad Alda per due motivi” spiega il regista e drammaturgo, “il primo è la mia passione per i poeti contemporanei: Lorca, Ungaretti e ora, appunto, la Merini. Il secondo è l’idea di arte come identità: ora a teatro ci trovi Travaglio, Sgarbi. L’italiano ha voglia di sapere storie che arrivano dal suo paese. Vogliono riscoprire le origini di un poeta che si ignora. La vita dell’autore può essere molto più interessante, e importante, dell’opera stessa, prodotto di scarto dell’esistenza. È l’indagine di quello che c’è dietro il mito: la semplicità, la volgarità. Una lotta contro il pregiudizio. Una donna molto bukowskiana in una casa piena di polvere, ragnatele, sigarette per terra, eppure solo in un ambiente del genere può trovare sede la nascita della poesia. Il poeta è colui che ha l’esigenza di dire qualcosa e deve dirlo a una folla radunata sotto la sua finestra. Questo è quello che ho cercato di raccontare di Alda Merini a un popolo che rischiava di dimenticarla come spesso fa con i suoi grandi poeti. È vero che è la più pop, ma dimenticare un poeta vuol dire questo, trasformarlo in un’icona pop.”

Nata il 21 a primavera. E come la primavera, scriteriata, folle, generosa. Ha incontrato anche lei il demonio, era il manicomio, ed è riuscita a far commuovere pure lui, che l’ha lasciata uscire. Lo spettacolo di Nobili vede in scena un’Alda, magistralmente interpretata da Antonella Petrone, sopravvissuta all’elettroshock, un’Alda innamorata, fragile e ironica. Dice di lei l’interprete: “Non ho il suo vissuto, ovviamente, ma paradossalmente mi ci sono ritrovata in alcuni aspetti. Ho iniziato a lavorare sulla sua dignità, sulla sua ironia e sulla sua dolcezza, quella delicatezza che veniva fuori nei versi. È interessante il contrasto tra quello che produceva e il come appariva agli occhi degli altri. C’è stato uno studio per avvicinarmi ai suoi gesti, al suo modo di parlare. Non volevo imitarla, volevo arrivare al gesto attraverso il vissuto. Sono un’attrice di pancia, e ci sono entrata così, senza ragionarci troppo. Ed è quello che succede ogni volta che salgo sul palcoscenico. Ho ritrovato in Alda Antonella e mi sono sentita molto vicino a lei, non solo perché anch’io fumo come una turca, è il suo modo di rapportarsi alle persone che mi ha colpito. Con alcune un’immediata sintonia, con altre un rifiuto irrazionale. Ho voluto raccontare la donna, prima ancora della poetessa. Una donna che è sopravvissuta al al manicomio.”

Antonella Petrone in una scena di “Dio arriverà all’alba”.

Sul palco mozziconi per terra, scrivanie straripanti di fogli, foglietti, pacchetti di sigarette, collane, cappelli. È casa sua, sporca, disordinata, perché solo in un ambiente del genere poteva creare. Sul fondale una riproduzione delle mura ricoperte di disegni e numeri di telefono scritti col rossetto rosso, indispensabile come una sigaretta. Il telefono con cui chiamava gli amici a cui dettava i suoi versi. Tra i tanti, Arnoldo Mosca Mondadori interpretato qui da Daniel De Rossi. Insieme a lui, entreranno in quell’appartamento del Naviglio la domestica Anna (Virginia Menendez), il Dott. Gandini (Alberto Albertino) la bambina, incarnazione dell’inconscio di Alda (Sharon Orlandini) e lo studente Paolo (Valerio Villa).

Alda (Antonella Petrone) e la bambina (Sharon Orlandini) in scena.

Ancora Antonella Petrone su Alda: “Aveva un’anima bambina che non era mai cresciuta e difendeva con un corpo ingombrante. È proprio quella fragilità che l’ha aiutata a superare il manicomio. Possedeva delle risorse che noi adulti non abbiamo più. Ha difeso quella bambina e quella bambina difendeva lei. A volte era veramente poco piacevole, aggressiva. Voleva denunciare tutti, si arrabbiava tantissimo. Fondamentalmente era sola. Amava molto i ravioli, chiedeva a tutti di portargliene, e una volta che arrivavano da lei trovavano già il frigo pieno.”

Ed è quell’Alda che ritroviamo in scena, la donna dilaniata dall’elettroshock, tabagista, amante del caffè e i cappelli. Una donna che la notte si spoglia e, con solo una pelliccia a coprirla, guarda la luna mossa dalle acque sporche del Naviglio. L’Alda Merini, la Pazza, la fragile, la stronza. L’Alda Merini ironica, provocatrice, spietata. 

Mi ha chiesto qual è il senso della vita ma la vita non ha senso. Anzi, la vita ci dà un senso, sempre che noi la lasciamo parlare, perché prima dei poeti parla la vita, dobbiamo ascoltarla la vita. Il poeta soffre molto di più però non si difende neanche alle volte, è bello accettare anche il male, una delle prerogative del poeta è non discutere mai da che parte venisse quel male, l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia. Ecco il cambiamento della materia che diventa fuoco, fuoco d’amore per gli altri, anche per chi ti ha insultato.

Così diceva la poetessa dei Navigli in una celebre intervista a Paolo Bonolis nei primi anni del Duemila. 

Conclude Antonio Nobili: “Non c’è una parola dello spettacolo detta davvero da Alda, sono state scritte da me in una vita identica. Se tu hai un vissuto  di un certo tipo non possono che uscire sda te certe parole. Non ho vissuto il manicomio, ho avuto un cancro. Sono diventato amico dell’oleandro che guardavo dalla finestra e del pettirosso. E quando arrivi a essere amico di questi piccoli quadrati di vita non puoi che mettere un microfono alla tua fragilità e scoprire che ci sono fiumi che non si possono digare. La poesia è un fiume che non può essere digato. Come l’Alda Merini, talmente dirompente da non poter essere arginata.”

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