La famiglia è un concetto complesso che, oltre ad individuare l’insieme di persone che si identifica in un rapporto di sangue, trascina con sé laidi dissapori, rimorsi, convinzioni, etichette familiari che difficilmente riescono a superare il grosso muro dell’individualismo e fuoriuscire dagli schemi e dai destini già rivisti e vissuti per poter confluire in quell’infuocato nucleo affettivo e reale che semplifica e fissa le relazioni: l’amore. Se l’amore è difficilmente praticabile, i traumi e i percorsi di padri e figli sembrano ritornare ed essere vissuti ininterrottamente, come in un circolo vizioso e maledetto senza alcuna fine apparente.

Lo spettacolo di Valentina Esposito riesce, senza mezzi termini e con un’incisione provocatoria, a superare le barriere familiari e a diventare esemplificativo di vicende assolute così pungenti e reali da poter essere comprese e vissute, da chiunque assista allo spettacolo, come una mera rappresentazione veritiera e sacra delle proprie radici; come se l’intenzione della regista fosse proprio quella di porre il pubblico di fronte uno specchio per mezzo del quale rivivere una propria storia individuale ma tremendamente universale.

Famiglia Teatro Lo Spazio Roma

In scena si combatte: fantasmi di padri e di figli, di mogli e di madri affiorano durante una serie di cerimonie che unificano, seppur solo apparentemente, un’intera famiglia. Si assiste a matrimoni, a funerali e a celebrazioni di nascite che sembrano solo portare a galla rancori mai assopiti e chi cerca di fotografare insistentemente un’unione familiare riesce solo ad affermare «Siamo troppo vicini, ma non vicini abbastanza». Si intrecciano, nel corso della rappresentazione, fili invisibili che combinano e, allo stesso tempo frammentano, padri e figli: è la figura paterna, infatti, ad essere al centro dell’attenzione; come se un intero percorso di vita si ricucisse soltanto attraverso l’accettazione di un destino che comincia proprio dal primo padre; interpretato da un avvincente Marcello Fonte, Palma d’Oro al Festival di Cannes 2018 per il film “Dogman.

Quell’unica figlia e nipote femmina che danza dolorosamente al centro della scena col suo velo da sposa, al centro del dibattito tra suo padre e suo fratello, è l’essenza dell’amore che lotta disperatamente contro i risentimenti, la rabbia e le differenze che strappano le relazioni di sangue. Quel velo che le cade sulla testa, le impedisce di andare oltre, di oltrepassare le barriere che solo gli umani si creano tra di loro e lasciano che li dominano. Le colpe dei padri ricadono sui figli e anche chi è morto non riesce a «vedere le cose da fuori», dall’esterno, realisticamente, ma incombe come una sadica ombra sulle vite dei familiari.

Ogni membro della famiglia ha una sua storia da raccontare e la racconta all’ombra del primo padre: c’è “il pagliaccio” di famiglia, colui che viene sempre maltrattato e preso in giro, chi è trasparente agli occhi del padre e chi che è scappato in America, lontano da tutti e da tutto e c’è il marito dell’unica figlia femmina, colui che resterà sempre con un piedi fuori dalla porta del focolare, colui che si sentirà sempre un intruso, un estraneo.

“Famiglia” è il ritratto dei rapporti umani, è l’immersione nella sensibilità di chiunque si senta e non si senta più membro di una comunità, quella comunità che è perno dell’esistenza: la famiglia, appunto. “Famiglia” è una fotografia impolverata scovata in un album di famiglia dove appaiono felici tutti ma dove tutti hanno un malinconico velo di fronte il viso che gli impedisce di abbandonarsi all’amore estremo, quello vero per chi ci ha messi al mondo. “Famiglia” sembra una galera dove «non c’è salvezza se non con la fuga o con la morte» a meno che non la si riassuma in una nascita, l’ultima nascita, quella dell’ultima cerimonia dello spettacolo di Valentina Esposito che rappresenta l’ultimo ramo di una generazione drammaticamente frammentata e che deve assumersi le responsabilità degli antenati in modo da liberarsi per sempre dalle catene della vita.

Il richiamo alla galera e alle catene, ai districati e dolorosi rapporti familiari, infine, è il cuore di questo spettacolo prodotto e arricchito da Fort Apache Cinema Teatro: un progetto che porta in scena attori ex detenuti e attraverso i quali le relazioni e le vicende sembrano più reali della convenzionale finzione teatrale alla quale lo spettatore è abituato ad assistere.

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