Antonio Rezza e Flavia Mastrella costruiscono il ritratto di Fotofinish come un ruggente e mutevole quadro sociale che al Teatro Vascello di Roma, oltre ad aver richiamato senza soste e per circa un’ora e mezza l’attenzione totale del pubblico, ha reso possibile un vero e proprio momento irripetibile di allontanamento – ideale e ideologico – dalla realtà. È proprio attraverso quello che potrebbe definirsi “irrealismo scenico”, perché opposto al realistico e limitante se delineato quale mera finzione, che RezzaMastrella scavalcano i limiti del teatro e del reale, penetrando irrimediabilmente nel corpo di chi ha avuto il coraggio intellettuale, e non una semplice curiosità dettata dalle tendenze, di sedere in sala. Ed è proprio in sala, di fronte a quelle maschere di stoffa e tessuti, gabbie e telai realizzati dall’estro di Flavia Mastrella, che si respirano il sudore e la fatica del «più grande performer vivente», capace di dissotterrare la morte morale dell’uomo attraverso la sfrenata ed eccitata esibizione di un corpo, essenza stessa del suo genio.

In Fotofinish è il corpo a dominare la scena ed è il linguaggio del corpo a dominare sullo spettatore. Le fotografie che si susseguono all’inizio dello spettacolo attraverso cui Rezza scaraventa i primi input ricorrenti sul pubblico in sala, diventano prototipi di cittadini, di uomini soli, di leader politici che man mano ricoprono cariche sempre più rilevanti. Da veri e propri fotofinish mossi, confusi, indistinguibili e sfocati, un volto diventa tanti volti e un corpo tanti corpi. La folle e frenetica routine dell’uomo che man mano acuisce la sua pazzia di fondo tra lavoro d’ufficio, sedute dallo psicologo, appuntamenti dal fisioterapista e poi dal cardiologo, senza dimenticare l’irrequietezza di una casa che non è focolare, non è famiglia, non è pace, diventa specchio di una società dilaniata dagli schemi di un sistema tirannico.

Il corpo di Antonio Rezza assorbe i corpi di migliaia di persone in una sorta di esperimento tra significanti e significati teatrali, fino alla fine della razza umana. Guerra, religione e morte si avvicendano in scena e lo spettatore diventa protagonista di un’apparente giostra immorale la cui parvenza quasi circense miete vittime inconsapevoli tra gli ospiti di RezzaMastrella. Pornografia, erotismo e nudità, infine, incorniciano e arricchiscono la dimensione scandalosamente grottesca e tragicomica dello spettacolo, in cui il corpo instancabile di Antonio Rezza, accompagnato da quello di un amante asservito e privato della parola, Ivan Bellavista, si fa simbolo di un’intenzione comunicativa impossibile da fraintendere.

Se tutto ciò può apparire scabroso, indecente, immorale, osceno e scandaloso, vorrà dire che lo spettatore è incapace di guardarsi allo specchio, incapace di osservarsi dall’esterno, impossibilitato a confessare a sé stesso la verità scavando tra le pareti del suo essere; ma d’altronde:

Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato

Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane

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