“Nei miei ricordi, le apparizioni grottesche assomigliavano ai personaggi di Brueghel, o di Bosch: grandi nasi, corpi deformi, sorrisi atroci, piedi biforcuti”

Il Novecento è stato un secolo difficile e complesso interpretare. Le avanguardie hanno cercato di comunicarlo e comprenderlo attraverso l’arte, la psicanalisi ne ha dato un’analisi controversa, la storia lo ha tormentato con oscenità, la letteratura ha contribuito a raccontarlo in ogni sua forma.

Eugène Ionesco lo ha fatto con il teatro, portando sul palco il grottesco, il dramma individuale e collettivo, la contraddizioni e ossessioni, l’assurdo. Una vita attraversata dai due feroci conflitti mondiali, divisa tra Parigi e Bucarest, Ionesco prende l’uomo e lo osserva attentamente dall’alto, senza passare attraverso i significati profondi attorno ai massimi sistemi, ma ponendo la lente d’ingrandimento sull’ovvio, sul banale, sull’essenziale. Proprio dall’esasperazione da ciò che diamo per scontato nasce l’assurdo e il tragico che portano l’individuo a mettere in discussione persino le piccole certezze, sprofondando nel dubbio più abissale, nello sconforto assordante, nella sfiducia totale per la parola e il linguaggio.

Nelle opere di Ionesco il ritmo della vita accelera e confonde i personaggi, pedine su una giostra irrazionale, la comunicazione si fa fitta, viene stravolta dall’eccessivo uso di frasi fatte e proverbi, quasi a sottolineare la mancanza di profondità con cui la relazione con i quotidiano e con l’altro venga appiattita e avvertita come vuoto meccanismo formale. Emblematico è l’incipit della sua opera prima, La cantatrice calva, la cui prima rappresentazione risale all’11 maggio 1950: “Interno borghese inglese, con poltrone inglesi. Serata inglese. Il signor Smith, inglese, nella sua poltrona e nelle sue pantofole inglesi, fuma la sua pipa inglese e legge un giornale inglese accanto a un fuoco inglese. Porta occhiali inglesi; ha baffetti grigi, inglesi. Vicino a lui, in un’altra poltrona inglese, la signora Smith, inglese, rammenda un paio di calze inglesi. Lungo silenzio inglese. La pendola inglese batte diciassette colpi inglesi.”.

Dettaglio dell’Inferno musicale dal Trittico delle delizie, 1480, Museo del Prado, Madrid. Fonte: Wikipedia

Scompare il desiderio, la fiducia nel futuro, ogni sfumatura sentimentale; le convenzioni sociali, l’incertezza, il paradosso fagocitano le ore e i giorni e prevale la nostalgia verso l’indefinito, l’incomprensione, il senso di oppressione che, piano piano, conduce a una sottile e subdola follia.

Il teatro di Ionesco non ci racconta la realtà, non combatte per alcuna battaglia sociale, ma si presenta esattamente così com’è, nudo e impietoso nelle verità angoscianti che comunica. L’essere umano non prende iniziativa, arreso e asettico nell’immobilità a cui gli eventi lo costringono, tramutandolo in una marionetta senza respiro né anima, un’ombra incapace di commuoversi, di esprimersi, di esistere. “Bisognava esasperare gli effetti del teatro, ingrandirli, sottolinearli, accentuarli al massimo. Spingere il teatro al di là di quella zona intermedia che non è né teatro, né letteratura. Spingere tutto al parossismo, là dove sono le fonti del tragico. Fare un teatro di violenza: violentemente comico, violentemente drammatico.”.

Il dramma coinvolge e si estende a tutti i generi teatrali, sconfinando e chiamando in causa una comicità amara e sgraziata, una parodia squallida che perfettamente presenta allo spettatore la realtà che si trova a dover vivere, senza mai proporre ideologie possibili o soluzioni. Ionesco ha trovato casualmente nel teatro il canale preferenziale per concepire ciò che lo circonda, orchestrando trame in cui non si garantisce affatto la consequenzialità delle azioni secondo una logica definitiva, disarticolando e intrecciando tabù, traumi passati e presenti, caos e quotidiano. Lo spaesamento umano di cui ci parla non è poi lontano dal relativismo e dall’incomunicabilità del teatro pirandelliano o dalle attese tradite di Beckett; in Novecento si insedia e prende tutta la scena imperioso e impietoso, aprendo il sipario e mostrando specchi in cui doversi scrutare a fondo. L’autore franco-rumeno, attraverso le sue opere e nei suoi pensieri, esprime la sua totale disillusione e ineluttabile propensione alla contraddizione tra stati di euforia e depressione, leggerezza e oppressione, aprendo le porte a una nuova e moderna concezione di teatro senza eroi.

La sua ultima produzione assorbe tutta la rassegnazione provata di fronte al ripetersi della Storia, vivendo gli eventi della Primavera di Praga, della guerra in Vietnam, e gli attentati alle Olimpiadi di Monaco, fotogrammi di un mondo che si configura come un veloce e inarrestabile girone infernale dominato dalla morte e dalla distruzione. La scrittura per Ionesco è stata l’unico rifugio possibile, un raro spiraglio di speranza per non cadere nell’oblio, affermando: “Si scrive per non morire del tutto, per non morire subito poiché tutto deperisce.”.

Ionesco ci accompagna, senza prenderci per mano, tra il “corpo deforme e il sorriso atroce” di un’Umanità spenta e sopita, che ci ricorda il tormento delle miniature di Hieronymus Bosch o le tinte acide di un passeggio spettrale ritratto dall’espressionista Ernst Kirchner, in cui i volti si confondono con le luci delle lampade a petrolio e il fumo denso delle strade.

Ernst L. Kirchner, Potsdamer Platz, 1914. Fonte: Wikipedia

 

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