Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura.

D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.

Italo Calvino

Cile, Messico, Uruguay, Tunisia, India, Cina, Corea del Sud, Giappone: il diario di viaggio si fa arte tra attualità e tradizione, sperimentazioni e istituzioni, forti criticità e bellezza. Per la prima volta in Italia, debutterà dal 9 al 12 ottobre, alla Sala Mercato del Teatro Nazionale di Genova, The Global City della Compagnia Instabili Vaganti. Il duo è formato da Anna Dora Dorno, regista, performer e artista visiva, e Nicola Pianzola, performer e drammaturgo. Ci hanno concesso un’intervista.

In riferimento a Le città invisibili di Italo Calvino cui vi ispirate, quali sono le domande che vi accompagnano e quali le risposte?

Noi parafrasiamo Italo Calvino e forse ci giochiamo un po’, ci poniamo dal lato opposto: le nostre città non sono invisibili ma reali, sono città che abbiamo attraversato, nelle quali abbiamo vissuto e lavorato, in cui ci siamo sentiti più vivi. Siamo alla ricerca di stimoli, di novità in grado di stupirci. Rimangono impresse nella memoria scene semplici, immagini emblematiche che si riferiscono ai contrasti delle megalopoli. Mi viene in mente una strada trafficata dell’India su cui passano moltissimi veicoli, inquinatissima. Proprio in mezzo alla carreggiata c’è un tempietto di pietra, in cui ogni mattina una persona accende il suo incenso e si mette a pregare: una tradizione che sopravvive in questo mondo globalizzato. Ce ne sono migliaia di queste immagini, che abbiamo catturato anche semplicemente con gli smartphone: appunti visivi che sono rientrati nello spettacolo attraverso una doppia videoproiezione, che mappa lo spazio e i corpi dei performer. Cerchiamo nei nostri viaggi qualcosa che attivi il processo creativo. Soprattutto, al nostro ritorno, abbiamo la necessità di contenere i ricordi, che altrimenti ci sfuggono: da qui l’idea di trasformarli in immagini, suoni, tracce musicali originali, azioni fisiche, testi.

Cos’è per voi l’identità culturale?

L’identità culturale, come appare dallo spettacolo, si compone delle differenze che la globalizzazione cerca di livellare e uniformare, ma che sopravvivono: è questo che ci attira di più. Siamo dei viaggiatori privilegiati, perché nei contesti sempre nuovi in cui ci troviamo, lavoriamo con le persone, con gli abitanti delle megalopoli: abitanti privilegiati perché artisti, attori, danzatori, che si fanno portatori della propria identità culturale. Lavoriamo sul piano del confronto dei codici espressivi, vediamo gli aspetti comuni o divergenti. Dalla divergenza si crea una tensione scenica, drammatica.  Apprendiamo nuovi modelli che poi ci portiamo dentro, che influenzano il nostro modo di lavorare: movimento, gesto, sonorità. Crediamo che il corpo del performer possa assorbire le identità culturali fino a diventare una sorta di corpo globale che riassume, gioca, pone in contrasto le differenze, permettendo allo spettatore di compiere un viaggio non solo nel tempo ma soprattutto nello spazio.

The Global City denuncia gli abusi del potere dello Stato. Avete una sensibilità politica, una vocazione libertaria? 

Purtroppo rimangono inscritti nel vissuto alcuni episodi che urtano, che danno fastidio alla nostra coscienza etica, politica, civile. Lavorando in zone di confine, zone di tensione, abbiamo subìto tentativi di soppressione della libertà artistica. Nelle città messicane controllate dal narcotraffico, il teatro è un mezzo di espressione pericoloso, che deve quindi essere represso. In The Global City raccontiamo un episodio avvenuto durante il festival che si svolge a Tampico in spazi abbandonati, quando siamo stati cacciati e minacciati dalla polizia. Ci siamo trovati con le armi puntate addosso, mentre conducevamo un workshop in un aereo in disuso. Nello spettacolo riferiamo dell’evento, esempio di metalinguaggio, e denunciamo quanto è accaduto nella vita reale: durante il festival sono spariti tre artisti come noi e questo fatto ci ha colpiti molto. Oltre alla tematica dei desaparecidos messicani, ce ne sono altre affrontate in modo più leggero, come la tensione tra le due Coree, che può sembrare una questione che appartiene al passato, ma che torna attuale come simbolo di tutte le crisi di confine. Parecchi anni fa, mentre eravamo nelle risaie della Corea del Sud, gli anziani di un villaggio ci hanno raccontato la loro versione della guerra. Volevano assolutamente che noi stranieri bevessimo il loro liquore e ascoltassimo il loro racconto. Per me quella è diventata la vera storia della guerra, mi affido a quella storia e la ripropongo così come mi è stata raccontata. Ci interessano tutte le disparità di classe, per esempio quel che resta del sistema delle caste indiane. Le città sono lo specchio di alcune crisi globali, viaggiando ne vediamo i contrasti in modo più evidente.

 

 

Nel vostro lavoro c’è una critica della modernità, una militanza, l’elaborazione di una mutazione antropologica in atto?

La seduzione e la crudeltà sono compresenti nello scenario urbano. L’attrattiva è data dal contrasto tra l’immagine ufficiale, patinata, perfetta della città e i suoi slum. L’espressione “mutazione antropologica” si adegua al nostro immaginario: utilizziamo gli schermi luminosi degli smartphone per mostrare i volti spersonalizzati dell’umanità che popola le megalopoli. In Estremo Oriente, dieci anni fa, ci siamo accorti delle ripercussioni negative del fenomeno che all’epoca in Italia non era ancora così diffuso: l’alienazione come risvolto negativo della realtà virtuale.

C’è la polemica sulla modernità, la società dei consumi e relativi strumenti di comunicazione? O invece la proposta di un nuovo umanesimo centrato sull’individuo, che con le nuove tecnologie acquisisce competenze culturali? Che pensate della rivoluzione digitale? 

Facendo ricerca nell’ambito delle arti performative, siamo orientati a guardare il lato positivo delle tecnologie, che permettono di accedere a nuove fonti d’ispirazione. Per quanto riguarda il lavoro sull’attore, potenziamo i mezzi espressivi a nostra disposizione: il corpo, il movimento e la voce; allo stesso modo cerchiamo l’interazione con le tecnologie. La doppia videoproiezione, un carillon distopico che apre una finestra sul mondo, sfida i performer a essere presenti con l’azione, con il corpo, con la stessa forza che ha l’immagine. Utilizziamo in scena gli smartphone: un kit di sopravvivenza per l’uomo contemporaneo. Il rischio in cui si incorre è una sorta di delirio di onnipotenza, il senso di solitudine è il risvolto negativo della sovraesposizione agli stimoli. Siamo una generazione analogica, solo i performer più giovani appartengono all’era digitale. Non facciamo una critica del progresso. Gli elementi analogico e digitale costituiscono un doppio approccio alla gestione dei materiali. È stata proprio la globalizzazione a darci la possibilità di passare velocemente da un posto a un altro e di riuscire a raccogliere molte suggestioni. Solo trent’anni fa non avremmo potuto viaggiare così tanto e lavorare con attori di diversa nazionalità. Siamo coscienti dei problemi causati dalla globalizzazione, dalla questione ambientale alle crisi economiche: sono tutti elementi che emergono nello spettacolo. Non facciamo una critica militante. Puntiamo sulla fascinazione per la bellezza che emerge dai contrasti.

Come si è svolto il lavoro?

Siamo partiti da uno studio individuale, che aveva una sua linea di sviluppo. Poi abbiamo deciso di integrare nello spettacolo un gruppo di attori e danzatori molto giovani, grazie anche al contributo del bando SIAE, per rendere l’idea della massa indistinta che popola le città. All’impianto scenico iniziale abbiamo aggiunto un cast multietnico per una condivisione tematica universale, che attivi un immaginario comune. La drammaturgia sia testuale che fisica nasce da sollecitazioni sensoriali, si compenetra di elementi visivi e sonori. L’elaborazione musicale è a cura di Riccardo Nanni.

 

Immagini di copertina, secondaria e a corredo dell’articolo di Luana Filippi.
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