Un osservatore laico, acuto ed arguto, profondo e sensibile, sferzante, malinconico, passionale, meditativo, irruento, cinico, razionale ed idealista, figlio del suo tempo ma capace di catturare e di fare propri temi universali, espressi – ed è il segno distintivo della genialità – con un linguaggio limpido, immagini semplici e di immediata comprensione, privando il testo di qualsiasi sovrastruttura che possa alterarne le finalità diun’azione scenica nella quale il pensiero ed il gesto coincidono, coinvolgono tenendo sempre desta l’attenzione del pubblico. Ma non un osservatore distaccato: se figlio del proprio tempo, egli fu anche figlio del proprio vissuto, trascorso quasi esclusivamente a compiere il suo destino di artista.

Questo, probabilmente, è William Shakespeare nella sua essenza di poeta teatrale e, più ancora, di mestierante del teatro – inteso nell’accezione di profondo conoscitore di quel mestiere – eclettico e straordinario nella creazione della simbiosi artistica tra scena e linguaggio, formidabile nella capacità di cogliere, e quindi rappresentare, con incisive parole e toni alti, la complessità dell’animo umano. Senza fare sconti ad alcuna delle infinite maschere costitutive della coscienza. Senza declinare o propendere per unverso o per l’altro. Infine, conducendo il pubblico ad afferrare, nei suoi personaggi, caratteri e sfumature paradigmatiche della sua concezione delle vicende umane. Lo fa attraverso attori di talento, che recitavano in mezzo al pubblico, senza effetti speciali, riuscendo con i gesti, la mimica, le parole, ad evocare le realtà invisibili, allegoria della coscienza più intima e di quella più oscura.

Statua di Shakespeare a Londra, in Leicester Square. Fonte: Wikipedia

Così egli realizza, un teatro di altissimo livello ma tutt’altro che elitario. Un teatro senza steccati, fatto dimolteplici forme espressive, nel quale, come nella vita reale, si trovano miscelati tragedia e commedia, dramma e comicità, ironia grottesca ed amaro sarcasmo. Un teatro animato da figure tutte dotate di profondità, tutte caratterizzate, sia nel bene che nel male. Elementi, questi ultimi, separati da un confine molto sottile che gli uomini attraversano frequentemente, spinti dalle passioni e dalle circostanze, dalla volontà, dal coraggio, dalla paura, dalla brama, vittime e carnefici senza alcuna certezza sul destino che li attende, sgomenti di fronte alla fatalità degli avvenimenti.

Apprezzò le tendenze sociali, culturali e più genuinamente popolari del suo tempo – molto influenzato dalle correnti umanistiche e rinascimentali ormai mature – ricettivo ad ogni spunto e ad ogni incontro con la quotidianità, anche la più colta, ad ogni suggerimento dell’antico – nella tragedia “senechiana” trova un’indubbia matrice come nelle “moralità” del ‘500 – da una scintilla, Shakespeare, fu capace di dare vita ad un fuoco ardente le cui fiamme tutto bruciano con forza inarrestabile, distruttiva, sconvolgente ma ancheriparatrice, non necessariamente nel senso del “lieto fine” che, anche quando c’è, ha un retrogusto amaro.

D’altronde, è una bestemmia considerare la poetica shakespeariana come la migliore espressione della più ampia concezione teatrale di età elisabettiana? Rispondo che non lo è, ritenendone Shakespeare il più mirabile interprete perché più di altri capace di pescarne la varietà dei fermenti sociali e religiosi e dei riferimenti letterari che l’animavano. Utilizzando ciò che dell’esperienza drammaturgica del passato gli era utile ai fini della migliore riuscita delle sue rappresentazioni, non si fece scrupolo di essere anche lui“irregolare” rispetto ad alcuni dei canoni del dramma rinascimentale: espandendo e portando al massimo livello lirico il soliloquio o mischiando i generi.

Tutto questo era congeniale a porre, al centro di tutto, l’uomo.

Sì, l’uomo nel suo essere, senza veli, senza idealità, privato di ogni vincolo morale come nel “Macbeth”, cinico e sanguinario come nel “Tito Andronico”, dialettico ed intimista come in “Amleto”, avvinto dalle passioni come in “Romeo e Giulietta”, rude e virile come il protagonista nella “Bisbetica Domata”, capace di sprofondare negli abissi della perversione come in “Misura per Misura”, crudele e perverso come in “Re Lear”, accecato dalla gelosia ed avvinto dall’odio come in “Otello”, tracotante, volgare, vizioso ma genuino come Falstaff in “Enrico IV”.

Ma questo basta a spiegare tutto? Certamente no. Quelle figure, così varie e sempre diverse, sono l’efficace immagine intorno alla quale ruota la visione del mondo di Shakespeare, una visione che è l’elemento catalizzatore delle sue opere. Egli indaga, scopre l’uomo e lo porta alla ribalta assieme alla realtà che lo circonda. Una realtà che egli riesce anche a trasfigurare nel sogno. Le inquietudini di un mondo grottesco, senza verità, intriso di tensioni morali che si smarriscono e si trasformano nella sfiducia e nell’impietoso raffronto con la quotidianità, sprofondato nei vizi e nelle vanità, vacuo e vile nella rappresentazione del potere, svuotato di ogni significato, con la vita stessa che appare inutile nelle illusorie grandezze, nel suscitare il senso del ridicolo.

Ma anche la vita che sa sorridere dei suoi caratteri ambigui, che sa immolarsi all’amore, ritrovando in questo il significato e la sua ragione d’essere, uno spiraglio di luce nel buio della volgarità e degli eccessi, della malvagità fine a sé stessa. Senza per questo immaginare un destino nel quale il bene prevalga sul male, il coraggio sulla viltà, la concezione morale sull’interesse, l’amore sull’odio. Perché Shakespeare racconta la vita nel suo dipanarsi tra gli intrecci di un denso ed inarrestabile moto dei sentimenti. Seppe raccontare le miserie della coscienza corrotta dal vizio, riuscì a portare in scena la malvagità e l’orrido precipizio delle umane abiezioni, i moti che ispirano allo stesso tempo la passione più travolgente e la violenza più efferata, l’avidità, la brama del potere con la sua vuota immagine riempita solo dalla piaggeria, dalla viltà e dalla civetteria lasciva. Una congerie di figure che convivono, che si animano prendendo la forma, le movenze, i gesti e le parole degli uomini, suscitando illusione e malinconia, speranza e compatimento, rabbia, odio, amore, sfiducia, volontà e rassegnazione, allegria e scherno, nel trionfo della follia generata dal male o dal grottesco.

Nell’assistere ad un lavoro shakespeariano, ne siamo talmente avvinti che quasi vorremmo gridare: “fermati, fermati Macbeth… lascia che il destino si compia, perché macchiarti di crimini così orrendi, arresta l’emergere dei cupi reconditi della coscienza che ha l’immagine di streghe.” Le parole dei personaggi guidano lo spettatore, disorientandolo rispetto alla trama che se non fosse mirabilmente plasmata nell’azione attorno a quelli, potremmo definire un orpello. E ad un tratto vorremmo rivolgerci ad Amleto ed implorarlo di non lasciarsi tediare dal disgusto per le vicende degli uomini: “scegli, dunque. E sii risoluto”. E siamo tra la folla che assiste senziente al proclama di Bruto ma poi si lascia commuovere dalle parole di Antonio, così forti, in ultimo, da suscitare un fremito di vendetta. E vorremmo tendere la mano verso Romeo per impedirgli l’errore del gesto fatale. E restiamo sconvolti dalla forma del male: quella di Lady Macbeth o quella di Iago. Il pensiero corre ad immaginare quali vibranti emozioni pervadessero il pubblico assiepato intorno alla scena del celebre Globe.

Il Globe Theatre visto a volo d’uccello. Fonte: reddit.com

Questo è Shakespeare. Questa è la magia del suo teatro. Che lascia lo spettatore sempre in una dimensione di incertezza, poiché la storia non è preordinata ma solo il risultato di una serie di circostanze, spesso beffarde, sempre imponderabili.

In questa scia, che ha radici indubbie nella visione protestante – intesa come filosofia di vita – accade che la pervasività dei contenuti malvagi e la travolgente passione dei sentimenti dei quali è intrisa la coscienza umana, possano impadronirsi della scena del teatro shakespeariano, spazzando via ogni più piccola speranza o lasciandole spazio nel modo più inaspettato. Un’apocalisse annunciata, vissuta ed infine compiuta che, come in un cerchio perfetto, prende vita dal “Tito Andronico” e si ricongiunge con l’ultimo e più efficace compendio, “La Tempesta”: dal turbamento che suscitano gli orrori del dramma ancora acerbo ispirato ai temi della romanità, fino al perdono che prelude alla rigenerazione, alla conclusione di un ciclo che, questione non secondaria, coincide con la parte finale della vita di Shakespeare.

E qui occorre soffermarsi.

I testi, le liriche, le scelte di narrazione, tutte rimangono universali. Uomo di straordinario talento vissuto nell’epoca elisabettiana, è riuscito a tramandarci un teatro ancora così vitale, cornucopia di elementi di riflessione, in un linguaggio che appare il migliore possibile per le immagini che evoca. Ecco davvero il quesito centrale di ogni valutazione sulla sua poetica. Ancora più intrigante se si considera che non fu, della sua epoca, il solo autore ad ottenere successo e gratificazioni.

La risposta è nella sua acutezza d‘immedesimazione e nell’attitudine a maturare assieme alle sue opere.

Qualsiasi autore si rispecchia nelle sue opere. Ma in Shakespeare questa condizione appare il riflesso della sua esistenza. Non in un impossibile parallelo riguardante le sue vicende personali – delle quali peraltro non si sa molto – quanto per un progressivo crescere della sua coscienza di uomo e di cittadino. È la sua spiccata sensibilità e profondità d’animo a segnare il destino dei suoi personaggi e delle loro vicende. È il suo istinto di divulgatore eccelso ad imprimere una svolta nel linguaggio teatrale. È la sua passione a cogliere l’esigenza di un impetuoso e coinvolgente dinamismo nelle sue rappresentazioni le quali, figlie dell’impianto scenico e dello spazio teatrale che oggi definiamo tipicamente inglesi, non possono lasciare tempo all’adagiarsi narrativo. Ed è la sua coscienza fluente ad ispirarlo, ad indicargli i testi da scegliere, ad alimentarne la vocazione e le attitudini di insuperabile conoscitore del teatro.

L’intimismo sommerge i suoi personaggi, nel tentativo riuscito di rappresentarne le fragilità, l’introspezione psicologica, il pervasivo pessimismo sulla condizione e sulle prospettive dell’uomo che si affaccia al nuovo secolo della scienza privo di riferimenti tradizionali, nel rigurgito delle guerre di religione: emergono in questo solco i caratteri della concezione di vita nella fase di maturità che prelude all’epilogo della sua esistenza. Una concezione che sembra emergere dalle parole di Macbeth: “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla.”

Ma c’è anche uno Shakespeare che vede l’uomo strumento della volontà, forse di un destino inscritto nel carattere se riesce a riassumere le scelte in un atto di coraggio, se è capace di comprimere le pulsioni aberranti: “Niente è buono o cattivo se non è tale nel nostro pensiero” (Amleto).

Lo stesso uomo che, nell’accettare di dover convivere con i suoi consimili in una realtà che può essere orribile fin oltre ogni immaginazione – “L’inferno è vuoto… tutti i diavoli stanno qui.” (La Tempesta) -, diviene consapevole delle sue alternative: “Oh, questa tua “nessuna speranza” racchiude una speranza immensa. “Nessuna speranza” significa una speranza così ricca che nemmeno l’ambizione può guardare più in alto”. La Tempesta”.

La contemporaneità di Shakespeare – che si può ben definire un elemento distintivo nel suo teatro – è anche questa multiforme visione adattabile ad ogni contesto. Si esprime in forme e linguaggio che sembrano espressione di un tempo senza tempo, asincrono se si prende in considerazione il tempo cronologico, sincrono se si porta il suo teatro e la sua poetica a cavallo tra i secoli.

Contemporaneo perché universale, Shakespeare, nell’articolare la sua poetica e costruire il suo teatro intenso e coinvolgente, ne diviene profondo innovatore. In antitesi con i canoni rinascimentali, con L’Amleto realizza il simbolo di un teatro che per la prima volta mette in scena la tragedia di un uomo a confronto con la propria coscienza, di un uomo che si trova in incessante dialogo con la propria lucida follia, interprete di una realtà al di sopra delle convenzioni, vittima e carnefice del proprio inconscio, stupito e nello stesso tempo consapevole degli abissi cui può avventurarsi l’animo umano, portatore di un sentimento di vendetta sorretto dall’illusorio dovere, tormentato dal dubbio, dolente ed amareggiato, cinico, non privo delle viltà del moralizzatore, ambiguo ed incerto fino alla consapevolezza del dramma inestricabile della scelta.

Un’intera tragedia dominata dalla coscienza di un uomo. Dalla coscienza dell’uomo.

Perché alla fine, Shakespeare sembra suggerci che l’uomo è stato e sarà sempre uguale a sé stesso. Così, lo indaga e lo disvela, lo narra e se ne lascia avvincere, lo ama e lo odia, lo disprezza e ne mostra le grandezze, i moti di simpatia che suscita, le miserie e le viltà, ma non ne può fare a meno: il suo teatro, privo dell’uomo rivelato nella sua essenza, non avrebbe anima.

“La recita è la trappola in cui farò cadere la coscienza del Re”, fa dire ad Amleto: ecco, infine, il ruolo che egli attribuisce alla sua opera.

Innovatore nella struttura della narrazione oltre che nel linguaggio, nelle parole come nel gesto, Shakespeare ha scoperto la vera forza del teatro ed è riuscito a farsene l’interprete più sublime, per certi versi insuperabile, soprattutto perché lo ha reso una creatura vivente. Non l’alter ego della vita, ma la vita stessa nella sua forma poetica.

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