Sarà capitato probabilmente a molti, forse a tutti, durante un viaggio in treno, o stando seduti su una panchina in attesa di qualcuno, di osservare la gente, guardare ogni singola persona e immaginare la sua vita, i suoi dolori, le sue ambizioni, i suoi ricordi,  perdendosi in un mare di supposizioni riguardo alle mille possibilità che si aprono attraverso un piccolo dettaglio, un certo sguardo, una particolare espressione del viso.

Assistere a uno spettacolo di Ascanio Celestini, celebre autore, attore e drammaturgo, è un’esperienza che pone lo spettatore in questa direzione: il suo teatro racconta storie di persone comuni, proiettandole nella dimensione ancestrale dell’oralità pura e svelandone poco a poco il substrato collettivo.

Negli ultimi vent’anni Celestini ha custodito, rielaborato e portato in scena sui palcoscenici di tutta Italia le testimonianze di chi ha vissuto i giorni delle Fosse Ardeatine, i ricordi degli operai della Piaggio di Pontedera e dei minatori del Monte Amiata, le vicende e le lotte dei lavoratori precari di Atesia, il call center più grande d’Italia, le storie quotidiane di chi sta ai margini della società: la sua drammaturgia ha una matrice etnografica e si basa su interviste, dialoghi, conversazioni.

É una sorta di aedo contemporaneo che, accompagnato dalle incursioni sonore di Gianluca Casadei, ci trasporta nelle vite reali di questi uomini e di queste donne, vite di persone qualunque che celano, proprio in questa apparente banalità, un unicum straordinario e prezioso di umanità. Persone che diventano megafoni, che letteralmente fanno risuonare messaggi condivisi attraverso la maschera dell’attore.

Le sue interviste più recenti sono rivolte a persone le cui vite sono balzate agli onori (si fa per dire) della cronaca e sono diventate casi giudiziari, come i genitori di Davide Bifolco, ucciso a 16 anni da un colpo sparato da un carabiniere in circostanze piuttosto controverse. Da questo materiale prende forma “Storie di persone”, l’ultimo spettacolo-racconto di Celestini, andato in scena lo scorso 8 aprile al Teatro Palladium nell’ambito della rassegna “Il paese fertile-Ricerca teatrale al Dams di Roma Tre”.

La narrazione dell’artista romano restituisce la semplicità della vita quotidiana di una famiglia qualsiasi, una semplicità messa in ombra dalle parole della cronaca giornalistica e delle aule di tribunale: la passione di Davide per il calcio, la sua indole affettuosa e generosa, i suoi sogni da adolescente qualunque di periferia. Da questa trama se ne dipanano altre, vicende in parte autentiche in parte immaginarie, perfino astratte come quella dell’”uomo chiuso in una stanza che guarda il rubinetto che goccia e vede il diluvio”. Il cerchio si stringe, ma non si chiude, cala il sipario e si torna a casa, carichi di domande e di riflessioni nuove.

Il teatro torna così ad essere politico, nel senso più etimologico possibile: Celestini si occupa della polis e dei suoi abitanti, dà loro voce, crea spazi di contatto e di condivisione, fa emergere l’immaginario collettivo che è, al tempo stesso, risultato dei vissuti di ognuno e influenza sul quotidiano di tutti. Ci permette, inoltre, di riappropriarci di uno strumento della sensorialità, quello dell’ascolto, che in questi tempi dominati dalle Instagram Stories è forse un po’ ottenebrato dall’iper utilizzo della vista e dal predominio incontrastato delle immagini. E in questo straordinario svelamento di ordinaria umanità ci suggerisce, come un’intuizione, chi siamo stati e cosa stiamo diventando.

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