Il festival Teatri di Vetro, in corso a Roma fino al 22 dicembre, offre una possibilità di fruizione delle arti sceniche decisamente rara rispetto alla maggior parte delle manifestazioni in Italia: la kermesse, diretta da Roberta Nicolai, è costruita in maniera tale da permettere al pubblico di osservare il processo creativo che sta prima della messa in scena di una performance dal vivo, confrontandosi con gli artisti e muovendosi proprio insieme a loro, in una sorta di dietro le quinte sui generis che si rivela quanto mai ricco e stimolante.

Così è stato, ad esempio, per la produzione teatrale in divenire a cura della Compagnia Menoventi che ha di recente avviato un percorso di ricerca intorno al mistero della morte di Vladimir Majakovskij. Il grande autore russo, principale interprete della cultura post-rivoluzionaria, morì in circostanze poco chiare: l’ipotesi più plausibile, quella del suicidio, pareva incredibile all’epoca e per decenni si sono accavallate teorie e controteorie, anche piuttosto fantasiose, sul movente dell’estremo gesto. “Il defunto odiava i pettegolezzi” si legge nella lettera d’addio al mondo dei vivi del Poeta della Rivoluzione: ed è questo il titolo dell’opera di Serena Vitale, scrittrice, traduttrice e accademica, tra i massimi esperti di letteratura russa in Italia, che ha ricostruito filologicamente le vicende di quel fatidico 14 aprile 1930.

Adelphi, 2015. Euro 19.

Il suo libro ha costituito il materiale di partenza dello spettacolo L’incidente è chiuso, presentato in forma di studio da Menoventi lo scorso martedì 17 dicembre: la Donna Fosforescente, ultima sorprendente fantasia futuristica dell’autore sovietico, si manifesta sul palco per condurre gli spettatori nell’intrico di prospettive che proiettarono Majakovskij nel futuro. Perché il futuro da lui immaginato è, con buona probabilità, proprio il nostro presente.

Una scena di “L’incidente è chiuso” con Consuelo Battiston, Federica Garavaglia, Mauro Milone. Regia, suono, luci di Gianni Farina. Courtesy of Ufficio Stampa-Teatri di Vetro.

Il tema da affrontare è quindi quello del tempo e della sua concezione: scopriamo allora che la fascinazione del poeta per la ricerca scientifica sul tempo maturò proprio grazie alla lettura degli scritti di un altro eminente personaggio di quegli anni, il fisico Albert Einstein. Majakovskij fu talmente colpito dalla Teoria della Relatività da disseminare nella sua produzione poetica numerosi rimandi ai viaggi nel tempo, possibilità che, perlomeno da un punto di vista teorico, le intuizioni di Einstein rendevano plausibili. Nacque così l’idea del “laboratorio delle resurrezioni umane” che Menoventi ha voluto concretizzare la sera successiva alla presentazione dello spettacolo. Il regista Gianni Farina è riuscito, infatti, a inscenare sul palco un dialogo impossibile tra il poeta rivoluzionario e lo scienziato geniale: per farlo, ha coinvolto proprio la scrittrice Serena Vitale e il professor Fabio Ortolani, docente di Fisica dell’Alma Mater ed esperto di teoria quantistica. Dallo scambio di battute tra i due è emerso chiaramente quanto la scienza influenzi la società e viceversa, in un rimando continuo e caleidoscopico di grande fascinazione. La sincronicità tra la rivoluzione scientifica e quella politico-sociale non è solo determinata dalla contemporaneità biografica dei due personaggi (che peraltro mai si conobbero se non indirettamente e per interposte persone): sembra esserci un filo sottile che li collega profondamente e che ha a che fare con una spinta propulsiva avvertita da entrambi rispetto alle possibilità del futuro. Questo slancio, entusiasta e terrificante al contempo, ha pervaso la conversazione tra i due occasionali medium, interpellati per l’evento al Teatro India mercoledì 18 dicembre.   

Il cerchio si è chiuso, almeno per ora, con un momento corale, un collage polifonico tra la voce del poeta e i pettegolezzi da lui odiati: il reading A tutti, tenutosi giovedì 19, è stato un ulteriore passo propedeutico alla messa in scena conclusiva che avverrà nel 2020. Ciò che finora è emerso appare come una verità sfocata, prismatica, impossibile da restituire in modo univoco e unilaterale.

Una verità profondamente umana, tanto nei suoi limiti quanto nelle sue potenzialità.

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