di Cristina Cassese

Danio Manfredini lo conosce proprio bene Luciano, il paziente di una comunità psichiatrica nata dalla Legge Basaglia conosciuto grazie ad un atelier di pittura che l’attore e regista ha tenuto presso la struttura per oltre dieci anni, dal 1986 al 1998: lo conosce profondamente e intimamente, avendo mantenuto i contatti con lui e con altri “ospiti” del centro per la salute mentale fino al 2009.

Un’esperienza umana che si è dunque radicata nel tempo e che oggi Manfredini ci racconta attraverso uno spettacolo. La vita di Luciano, i suoi ricordi, le sue riflessioni, i suoi deliri e le sue preghiere costituiscono il materiale drammaturgico su cui Manfredini e i suoi attori hanno lavorato con un’attenzione e una meticolosità chirurgica, restituendo un affresco di umanità tragicomico, potente, lirico.

Raccontare la follia a teatro senza cadere in banalizzazioni e stereotipi non è mica facile, così come incarnare la condizione fisica della malattia mentale, mantenendo credibilità e autenticità dall’inizio alla fine, è difficilissimo. Eppure Manfredini ci riesce alla perfezione: sarà che questi matti li frequentati per una vita, sarà che gli sono entrati dentro, sarà che grazie a loro la sua stessa esperienza biografica e artistica ha trovato un senso e un’unicità preziosi al punto da voler condividere questi incontri con quante più persone possibili, con tutte quelle che decidono di andare a teatro e assistere a questo spettacolo intenso, pieno di poesia e di dolore.

Lo sguardo di Luciano sulle cose di questo mondo è reso attraverso dei quadri scenici semplici ma altamente riconoscibili -il bagno di una stazione ferroviaria, le panchine di un parco pubblico, una discoteca, un cinema a luci rosse- dove appaiono personaggi carichi di ambiguità, borderline generati dalla società stessa che li ha spinti ai suoi margini, personaggi pasoliniani costretti in un eterno presente, alla ricerca di soluzioni contingenti e momentanee, fantasmi di reietti senza speranza eppure così vivi e viventi, nonostante le miserie, nonostante le giornate disperate.

Le loro vicende si intersecano nella mente di Luciano che mescola, confonde, scompiglia con quella parlata biascicata e quel camminare biascicante: cita ad hoc il Salve Regina, le poesie di Leopardi, Pascoli e D’Annunzio e, in questo modo tutto suo, dice oltre ogni dire, provocando una commozione profonda, lacerante.

Grazie a questo spettacolo è come se si riuscisse a sfiorare quella condizione di dolore che è talmente forte da spezzare la mente, da rompere i meccanismi della logica e del comune buon senso. E tutto acquisisce allora una sfumatura diversa e nuova, anche grazie al sapiente uso delle luci e delle musiche che contribuiscono non poco a ricreare un’atmosfera sempre più rarefatta e onirica. Per 80 minuti, Manfredini e i suoi straordinari attori ci conducono in una sorta di teatro della mente che tocca nel profondo l’anima dello spettatore. Se ne esce un po’ turbati e un po’ divertiti, certamente commossi dalla sublime tenerezza che a volte la pazzia sa emanare.

Dopo essere stato presentato a Roma al Teatro India dal 26 al 28 febbraio, Luciano andrà in scena il prossimo 27 aprile al Teatro Politeama di Napoli e dal 21 al 26 maggio Teatro Elfo Puccini di Milano.

Dal 22 al 24 marzo, Danio Manfredini tornerà a Roma con un altro spettacolo, Vocazione, in programma al Teatro Biblioteca Quarticciolo.