di Adriano Ercolani

Il Teatro delle Stanze Segrete, a Roma, è uno scrigno di bellezze nascoste: finora nessuno degli spettacoli a cui ho assistito, nello spazio esiguo fino a essere intimo della sala trasteverina, è stato meno che interessante. Tutte sfide difficili, affrontate degnamente. Non fa eccezione Lor Ga Na Crur, fiammeggiante testo dell’ultimo Antonin Artaud, portato in scena da Paolo Spaziani, con la regia di Letizia Corsini.

Spaziani non è nuovo a cimenti di questo livello: parliamo di un attore che ha avuto il coraggio di portare in scena testi di Guy Debord, Georges Bataille e Jacques LacanQui la sfida è doppiamente difficile: si tratta di portare in scena la personalità furiosamente geniale di uno dei più grandi teorici teatrali del Novecento, che per sua stessa ammissione fallì nella traduzione scenica delle sue intuizioni. Parliamo del grande Antonin Artaud, profeta inascoltato, fino all’approdo nella follia e nel suicidio sociale, della urgente necessità di ridare al teatro il suo valore sacro e primordiale.

Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la vita stessa che ci sfugge. E c’è uno strano parallelismo tra questo franare generalizzato della vita, che è alla base della demoralizzazione attuale e i problemi di una cultura che non ha mai coinciso con la vita e che è fatta per dettare legge alla vita. La cosa più urgente non mi sembra, dunque, difendere una cultura, […] ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame

Ma l’Artaud incarnato in scena da Spaziani non è quello inesorabilmente lucido de Il Teatro e il suo doppio (da cui è tratto il cruciale estratto precedente), né quello violentemente ardito de I Cenci, né quello sovranamente ebbro di Eliogabalo.

È l’Artaud folle, blasfemo, smarrito in deliri (solo apparentemente) incomprensibili, eppure in grado di evocare verità spirituali primordiali, degli ultimi anni: un poeta internato, vittima di 51 elettrochoc, in aperta guerra con la società, identificatosi in un meraviglioso saggio con la follia di Vincent Van Gogh. Ma anche in questa peculiare scelta, si è ulteriormente (e letteralmente) originali: non si porta in scena il leggendario Pour enfinir avec le jugement de dieu, il celebre testo inciso per la radio da Artaud nel ‘47, prontamente censurato, che nel suo delirio surreale e blasfemo ispirerà il concetto di “corpo senza organi” di Deleuze-Guattari, una registrazione memorabile e inquietante, in cui la voce del genio impazzito risuona gracchiante come un urlo dall’inferno. Spaziani porta in scena un testo inedito in italiano, da lui tradotto per la prima volta, ovvero Lor Ga Na Crur, tratto dai Cahiers d’Ivry che concludono l’opera omnia in francese del geniale autore, scritti in una clinica privata negli ultimi due anni di vita. Spaziani recita in francese e poi in italiano: nonostante la notevole somiglianza dell’attore in certe pose con i celebri scatti artaudiani (impressionante quando volge le pupille in alto), lo spettacolo si apprezza a tratti più ad occhi chiusi, poiché, soprattutto in francese, il lungo lavoro sulla voce compiuto dall’autore dona risultati musicali straordinari.

Nella traduzione italiana, preziosa per aiutare la comprensione di un testo già di per sé ostico, si smarrisce parte dell’incanto ma la performance rimane sempre apprezzabile, soprattutto per la capacità di rendere la potenza del blasfemo delirio mistico artaudiano: sembra di ascoltare la voce di una possessione che rivela i segreti dell’Advaita Vedanta senza scadere nella macchietta del pazzo urlatore. Tutto lo spettacolo, come il testo, è fin dal titolo una sfida ai limiti del linguaggio, nell’impossibilità di inseguire il pensiero, negato esso stesso nella sua artificialità in nome di una raggiunta consapevolezza, verrebbe da dire, da nichilista cosmico. Spaziani è perfettamente consapevole della sua complessa operazione interpretativa, come illustrato in questa bella intervista in due puntate realizzata da Francesco Bove: “Rendo di nuovo orale il testo di Artaud del ’47, lo rendo energia pura come Artaud voleva, lo faccio essere abracadabra cerimoniale contro la magia societaria. Artaud non credeva già più al teatro e, nello stesso tempo, continuava a vederlo come la grande metafora di tutto il suo agire. Bene, il testo ora è esattamente su questo bordo estremo, che esplora non più la scena ma la sala, la reversibilità evidentemente esiste ma segue percorsi aleatori, catastrofici. L’intensità è tale che il paradosso artaudiano di un teatro fatto esclusivamente di un avvicendarsi di stati d’animo si realizza; il pubblico sempre più entra ed esce e desidera entrare in queste costellazioni instabili, ha capito che il “senso” è tutto qui, una sorta di incessante ottovolante emozionale”.

Un’unica avvertenza: dovete arrivare preparati a uno spettacolo del genere, dovete conoscere e amare Artaud. A uno spettatore impreparato il tutto potrebbe apparire un monologo improvvisato a metà tra Carmelo Bene e Richard Benson; se però avrete meditato sulle ardenti allegorie artuadiane, se avrete contemplato la sua rivelazione annichilente, l’emozione di sentire i suoi versi risuonare in francese a pochi metri da voi, in un flusso musicalmente fedele all’originale, vi travolgerà con la potenza della poesia, come da Artaud definita in Eliogabalo: una “molteplicità triturata e che restituisce fiamme”.

© riproduzione riservata