La polvere. La banca. Il trattore. La tartaruga. E ancora: Route 66, oggetti da vendere e da lasciare, accampamenti, narratori, alluvioni e così via. Sono queste alcune delle parole chiave che Massimo Popolizio ed Emanuele Trevi hanno scelto per scandire il ritmo del superbo reportage teatrale che, attraverso la scrittura eccelsa di John Steinbeck, restituisce al pubblico i fatti della grande crisi che affossò gli Stati Uniti negli anni ‘30 del Novecento, costringendo centinaia di migliaia di contadini all’esodo dal Midwest verso la costa occidentale del Paese.

Una delle immagini della mostra fotografica “The Grapes of Wrath”, allestita al Teatro India in concomitanza con lo spettacolo di e con Massimo Popolizio. Courtesy Of Us Library Of Congress.

Il capolavoro del Premio Nobel per la Letteratura, legittimamente considerato come uno dei pilastri della produzione letteraria americana di tutti i tempi, nasce infatti dall’esperienza di Steinbeck giornalista, che nel 1936 realizzò per il San Francisco News cinque articoli, corredati dalle immagini fotografiche di Dorothea Lange, sulle condizioni in cui si trovavano i contadini dell’Oklahoma accampati in California. La messa in scena  dà prevalenza all’aspetto cronachistico rispetto a quello narrativo, pur riservando diversi momenti in cui a parlare sono i personaggi steinbeckiani, protagonisti e al tempo stesso testimoni di ciò che accadde in quegli anni. La materialità, la consistenza di quelle storie acquisisce una straordinaria tridimensionalità grazie all’interpretazione fenomenale di Popolizio, che offre tutto il suo talento a servizio di un’umanità devastata dalla miseria, dalla fame, dalla mancanza totale di una prospettiva. Il suo corpo, la sua voce, la sua immensa presenza scenica sono completamente dediti a incarnare quelle vicende e la vasta gamma di sentimenti istintivi, viscerali: la condizione di coloro che migrano, di cui spesso si parla tendenzialmente in modo astratto (quali sono i diritti, piuttosto che i doveri, cosa dice la normativa, quali sono gli accordi bilaterali, quali le cause e gli effetti e così via) trova finalmente in questo spettacolo una dimensione concreta, fatta di carne e di ossa, di bocche affamate e di mani operose. 

L’epica di Steinbeck diventa allora, inevitabilmente, esemplificativa di qualsiasi storia che riguardi il fenomeno migratorio, senza che ci sia alcun bisogno di sottolinearne l’attualità. L’adattamento drammaturgico di Emanuele Trevi, l’accompagnamento musicale di Giovanni Lo Cascio e l’interpretazione di Massimo Popolizio danno perfettamente la misura dell’universalità di Furore e riescono addirittura a potenziarne l’efficacia letteraria: le parole di Steinbeck appaiono sul palco, si fanno suono e immagine in un’epifania che avvince e convince lo spettatore fino alla commozione. La totale adesione ai fatti è, in questo caso, la chiave che permette di trasporre la letteratura ai fatti: la volontà dell’autore americano viene pienamente resa proprio grazie a questa scelta che ne riflette l’intima determinazione. C’è solo un momento in cui appare l’uomo, lo scrittore, John: la dislocazione scenica di Popolizio che dal leggìo frontale si sposta sul lato destro del proscenio dove c’è un piccolo scrittoio è quasi come una bolla, necessaria e preziosa, che crea un momento di sospensione nel procedere incessante della narrazione cronachistica. Tempus fugit e le vicende da raccontare sono ancora tante, gli aspetti da evidenziare numerosi, e sembra quasi di vederlo, il buon Steinbeck, che si affanna a scrivere quelle pagine, incalzato dallo scorrere del tempo eppure paralizzato dalla portata di ciò che sta descrivendo: Popolizio riesce persino in questo, non si limita- per così dire- a personificare l’opera e tutti i suoi numerosi personaggi -la sua voce è talmente duttile che sembra quasi manipolata artificialmente, è un portento di tecnica e maestria stupefacente- ma dà conto anche dell’anima in travaglio dello scrittore, del suo tormento, del suo furore che diventa perciò trasversale ed eterno.

Assistere a questo spettacolo è un diritto-dovere etico e morale verso se stessi e verso l’umanità, indipendentemente dall’aver letto e apprezzato l’opera originaria. Perché ci troverete il furore degli uomini e delle donne cacciati dalle loro case e costretti all’esodo verso terre sconosciute, sfruttati letteralmente fino all’osso, abbandonati alle intemperie e al proliferare delle malattie, annientati dalla totale mancanza di una prospettiva di senso sul presente, prima ancora che sul futuro; c’è il furore di John Steinbeck, giornalista e scrittore magistrale ma soprattutto essere umano che ha visto quel che ha visto e l’ha reso immortale attraverso la scrittura, monito a non dimenticare, a restare vigili, all’erta che la storia, spesso, si ripete. E c’è il furore di Massimo Popolizio- anche di Trevi, sospettiamo; di Lo Cascio ne siamo certi, l’abbiamo sentito nel tocco sapiente e vibrante delle sue percussioni in scena- un furore incanalato attraverso l’arte del teatro e mediante il dono del suo personale, vistoso talento, un furore che diventa consistente impegno civile.

L’epica di Steinbeck ha, tra i tanti meriti, quello di riuscire a descrivere perfettamente quella zona di confine, quel limes sottile tra i morsi della fame e i conseguenti moti di rabbia funesta; la sua messa in scena contemporanea ne risalta l’eternità e l’universalità. Ci si rende conto, infatti, che quella stretta allo stomaco è davvero, alla lunga, intollerabile: l’immagine che chiude lo spettacolo- la giovane Rose, che ha appena partorito un figlio morto, offre il latte del suo seno al vecchio stremato dalla fame- evoca un ricordo cancellato dalla memoria consapevole ma iscritto nella natura senziente dell’intera umanità. 

Lo spettacolo è accompagnato dalla mostra fotografica “The Grapes of Wrath”, allestita nel foyer del Teatro India di Roma. Quello che appare nelle fotografie è il Paese che Steinbeck catturò con la sua penna in Furore, popolata da figli biondi «come il grano», dai mariti, dalle mogli, dai motori. Le testimonianze fotografiche, provenienti dagli archivi del governo americano, sono accompagnate da una selezione di brani estratti dal libro, che disegnano un percorso da Oklahoma fino agli alberi di arance della California, sulle tracce dell’atmosfera del capolavoro di Steinbeck. Ingresso libero dalle 18.00 alle 23.00, mercoledì e domenica dalle 17.00 alle 22.00.

Lo spettacolo, prodotto dalla Compagnia Umberto Orsini e da Teatro di Roma-Teatro Nazionale, sarà in tournée nei prossimi mesi.

Il presente articolo è stato realizzato in collaborazione con Claudio Bello.

In copertina: Massimo Popolizio. Courtesy of Ufficio Stampa-Teatro di Roma.
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