Di Federico Fellini si sanno tante cose: il suo amore per l’esoterismo e la magia, la genialità tutta espressa nelle sue pellicole, i film di successo e, soprattutto, l’amore per le donne. Lo sapeva anche sua moglie, Giulietta Masina.
Attrice dal talento immenso, Masina si dedicò al teatro, tra il 1941 e il 1942, anno in cui incontra il grande cineasta. Un anno dopo, i due convolano a nozze. Masina sarà, a lungo, la “musa ispiratrice” del regista, collaborando a molti dei suoi film che, purtroppo, relegheranno la sua figura a personaggi intramontabili, certo, ma ingombranti, come quello di Gelsomina in “La strada” (Oscar al miglior film straniero nel 1957), donna ingenua e fragile che, pur consapevole del carattere bruto e violento del suo padrone, non riesce ad abbandonarlo.

Col passare del tempo, di Giulietta Masina resta solo un’ombra, offuscata dalla personalità troppo ingombrante di un marito che non riesce ad esserle fedele.

Ma come ci sarebbe apparsa la loro storia se, a raccontarla, fosse stata Giulietta? Se, da quell’ombra soffocante, avesse voluto gridare tutto il suo dolore di donna tradita?
Questo è il quesito alla base di Processo a Fellini, nato da un’idea di Mariano Lamberti e scritto da Riccardo Pechini, una sorta di 8½ raccontato dal punto di vista di Giulietta.

La scena che si presenta allo spettatore entrato in sala è quella di un soggiorno con arredi anni ’60: un divano, come quelli che si rivestivano di cellophane per non mostrare i segni del tempo; un tavolino con dei bicchieri per servirsi da bere. Quasi ci si aspetta di sentire l’aroma stantio delle sigarette o quell’odore di chiuso, tipico di quei soggiorni che non si aprivano mai se non quando arrivava un ospite. Difatti, gli ospiti arrivano e il “soggiorno” si apre.
I veli che coprono gli arredi volano via. Sullo sfondo un telo trasparente è illuminato da una luce obitoriale, mostrando il corpo di Giulietta (interpretata da Caterina Gramaglia) che, distesa, sembra dormire. Una voce, appena sussurrata, la desta. Un uomo (Giulio Forges Davanzati) è entrato in casa.

Chi è quell’uomo, Giulietta non riesce ad immaginarlo, non sembra conoscerlo, eppure lui sembra sapere più di quanto dovrebbe, a partire dalla sua infanzia e il senso di abbandono, fino alla donna che è diventata, alla sua rabbia, insostenibile, nei confronti del marito.
Quell’uomo si rivelerà essere un’ombra che abita i suoi sogni, che occupa il suo tempo durante le sedute psicoanalitiche. È un ospite, uno dei tanti che Giulietta lascerà entrare nel suo “soggiorno”/inconscio, che porta tutti i segni di un marito infedele ma venerato da tutti e che proverà ad affrontare, cercando di strappare via la maschera di donna infantile e ingenua.

Federico, Federico e ancora Federico! Tutti gli ospiti, tutti i fantasmi che riesce ad affrontare, portano il suo nome, le sue sembianze, i suoi vizi, le sue debolezze che, tuttavia, non le risparmiano l’umiliazione. Giulietta non è la donna “creata” dal marito, non è i suoi personaggi e vorrebbe gridarlo, con tutta la voce che ha ma, di quella voce, ne resta un singhiozzo strozzato, per l’ennesima volta, dalla figura ingombrante del regista.
Per tornare ad essere la donna che era, Giulietta deve, nel suo immaginario, uccidere quella parte infantile di sé legata alla figura del marito, come una bambina con suo padre, e mettere la parola “fine” al film della sua vita con lui.

“Processo a Fellini” si propone, quindi, come una piacevolissima sorpresa. Apprezzatissime le scelte di regia, in particolare, l’uso del telo che, ad ogni apertura, svela una parte di inconscio sempre più profonda, delicata, nascosta. L’accompagnamento musicale e sonoro aiuta la messa in scena dei suoi aspetti più cupi. Buone le prove attoriali dei protagonisti: Giulio Forges Davanzati, nei ruoli di Mastroianni e delle mille sfaccettature di Fellini che, pur senza voce, riesce a portare avanti, e Caterina Gramaglia nel ruolo di Giulietta Masina che, inizialmente sottotono, si apre ad una performance di tutto rispetto, emotivamente destabilizzante che, a fine spettacolo, sembra aver “consumato” la stessa attrice.

Di Fellini sappiamo tante cose: la passione per il fumetto, l’ossessione per l’ambiente circense e le sue frequentazioni con gli artisti più vari.
Di Giulietta Masina, invece, sappiamo ancora troppo poco ma, grazie al suo processo, oggi, possiamo apprezzarla come avrebbe meritato quando era ancora in vita, quando avremmo dovuto guardare oltre l’ombra del grande regista, responsabili tanto quanto lui di averle impedito di vedere al di là del suo stesso personaggio a cui, disperatamente, cercava di mettere la parola “fine”.

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