Più di ogni altro genio francese, Jean-Baptiste Racine lasciò un profondo segno nella cultura occidentale e nella storia del teatro moderno. Nato nel 1639, il 22 dicembre, a Ferté-Milon in Francia, Racine fu allevato dai nonni poiché orfano e approdò in giovane età allo studio e all’approfondimento della cultura classica che lo avvinse in virtù del suo grande potere evocativo e che incise notevolmente sin dai primi anni sulla sua formazione generale e, dunque, sulla sua opera. Numerosi, nella produzione raciniana, sono i rimandi alla mitologia greca e a quella romana, alle vicende storiche e ai miti della classicità, ai personaggi immaginari e a quelli che realmente vissero in quel tempo così lontano, un tempo che veniva identificato anche come una suprema fonte d’ispirazione per i canoni estetici e morali vigenti nelle rappresentazioni del diciassettesimo secolo.

Il mondo antico, grande bagaglio di erudizione, fu, nel Seicento, un vero e proprio motore per la produzione teatrale, ma anche per quella letteraria e artistica, e Racine è l’autore che, in Francia, meglio è riuscito ad esternare l’ammirazione per la tradizione del mondo antico, mettendone in risalto il valore pedagogico; egli dedicò la sua vita alla produzione di opere tragiche: l’unica commedia è quella intitolata I litiganti del 1668. 

Fonte: www.britannica.com

Il corpus delle opere di Racine riflette, in tutta la sua varietà, la grandezza del mondo classico: è sufficiente individuare alcuni dei titoli che egli conferì ai suoi capolavori, come La Tebaide o i fratelli nemici (1664), Alessandro il Grande (1665), Britannico (1669), Ifigenia (1674), Fedra (1677). Questi titoli ragguardevoli che spiccano nella produzione teatrale del grande tragediografo si fanno portatori della solennità e della drammaticità che aleggiano sulla vita dei vari personaggi, una vita concepita nella visio di Racine come un palcoscenico completamente governato dalla passione dell’animo e dall’ineluttabilità della sofferenza, alle quali l’uomo è destinato a giungere in maniera definitiva sin dalla nascita. L’umanità riprodotta dal teatro di Racine è la chiave della sua concezione profondamente pessimista.

La cifra stilistica è quella del pathos, dell’inguaribile impulsività, dell’irrisolvibile contrasto interiore tra quel binomio votato alla distruzione dell’uomo e costituito dall’amore e dalla morte, dal Thanatos contrapposto all’Eros, ovvero da due forze antitetiche e distruttrici che tuttavia non potrebbero esistere se non in contrapposizione l’una con l’altra. I personaggi che prendono vita nel teatro di Racine non sono dotati delle caratteristiche degli eroi, sono privi di fiducia nel futuro e nelle loro potenzialità, e si abbandonano alla propria condizione di antieroi oppressi dalle circostanze dell’esistenza, spesso incapaci di agire poiché deviati dagli impulsi più bassi e animaleschi, e quasi sempre sfiduciati nei confronti delle possibilità umane: in questo punto sono rintracciabili le più evidenti differenze con il teatro del grande contemporaneo di Racine, Corneille.

Molto influì il movimento del giansenismo sulla produzione di Racine, soprattutto nella misura in cui questa corrente di pensiero coincideva con il profondo pessimismo dell’uomo e con la sua totale dipendenza dalla logica divina e provvidenziale: a questa fede, conosciuta quand’era giovane nel collegio di Port-Royal, Racine si riavvicinò soprattutto negli ultimi anni della sua vita.

Divenne un membro dell’Académie française a partire dal 12 gennaio 1673, e quattro anni dopo fu nominato storiografo ufficiale della corte francese. Si spense a Parigi nel 1699.

«La luce non è più pura nel fondo del mio cuore»

Fedra

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