Roma, 1830: tra i sampietrini che modellano le stradine nei vicoli della “città eterna”, tra antiche osterie, tabernacoli, colonne storiche e chiese nelle quali domina il vero potere della Capitale, si aggirano personaggi grotteschi, ironici e rappresentativi di quella che era la società romana ottocentesca prima dell’unificazione nazionale.

Il tripudio sincero di una gioiosa e popolaresca comitiva caratterizza le vie della città: si incontrano giovani in vena di scherni, popolane ingenue e innocenti così come gendarmi, uomini di chiesa e ricchi possidenti con le loro annoiate mogli.

Apre la scena colui che si riconosce subito come il Rugantino, accusato di truffa e obbligato alla gogna: è Enrico Montesano quarant’anni dopo il suo debutto nella seconda edizione della commedia musicale, datata 1978. La sua verve, il suo estro e il suo dinamismo, il suo entusiastico sarcasmo e la sua giovane irriverenza fanno dimenticare totalmente la vera età dell’artista romano. Montesano supera i limiti di tempo e spazio e rinasce di nuovo nella maschera del Rugantino; quella maschera tipica del carnevale che deriva dal termine “Ruganza” – arroganza. È proprio l’arroganza di un’autenticità perduta, infatti, che caratterizza il personaggio di Rugantino: er bullo scansafatiche che vive di raggiri, di inganni e di espedienti aiutato dalla sua finta sorella Eusebia (una sorprendente, instancabile e straordinariamente esilarante Edy Angelillo). I due finti fratelli, così, raggirano anche il mite e ingenuo Mastro Titta, il proprietario di un’osteria abbandonato da sua moglie e lasciato solo a crescere il figlio. Mastro Titta, interpretato da un ideale Antonello Fassari, è l’anima del quartiere: un personaggio così spontaneo da risultare latore di una realtà a momenti tangibile; quasi da poterla rivedere negli occhi dei pochi romani che ancora vivono la propria città.

Ma accade che, per mezzo di una scommessa, Rugantino si trovi a dover sedurre un’ostinata e bellissima donna sposata, Rosetta: interpretata da una sensualissima e divina Serena Autieri. La sua voce incanta il pubblico, convince il più scettico e regala un’atmosfera prodigiosamente primitiva; quasi fosse la sua voce lo strumento del quale servirsi per tornare indietro nel tempo. L’amore che verrà a insinuarsi tra i due protagonisti, Rugantino e Rosetta, sarà permeato di tragicità. Dapprima a causa del vanto di Rugantino per l’esito di quella che doveva essere una “botta e via” con Rosetta. Successivamente, invece, a causa dell’uccisione del marito della donna per colpa di antichi dissapori di quartiere. Sarà, poi, il caso a far sì che a essere incolpato sarà proprio Rugantino. In carcere, nella reclusione solitaria, arriva l’epifania del protagonista: una presa di coscienza che rende il Rugantino un eroe, l’emblema del felice raggiungimento di un ideale seppure attraverso il pagamento di un’imprudenza. Con una “botta e via”, così, termina lo spettacolo. Un riso amaro riempie il cuore dello spettatore, si accennano le note della celebre “Roma nun fa’ la stupida stasera” e si ritorna a casa, insieme a un sospiro di nostalgia.

Curiosità

Lo spettacolo portato in scena 40 anni dopo il debutto di Enrico Montesano è lo stesso ideato e confezionato dai padri fondatori del Sistina: Garinei e Giovannini. Con le musiche del 1962 (anno della prima messa in scena del Rugantino) del maestro Armando Trovajoli e con i costumi e le storiche scenografie originali di Giulio Coltellacci. La commedia musicale, ambientata nella Roma del 1830, una Roma dominata dal potere ecclesiastico; porta in auge uno degli eventi più importanti della Capitale: il carnevale. Descritto ne “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas e raccontato dai viaggiatori Montaigne e Goethe, il carnevale romano ha, da sempre, attirato grande interesse letterario. Lo stesso Goethe scriveva: “Il carnevale di Roma non è precisamente una festa che si offre al popolo, ma una festa che il popolo offre a se stesso”.