Era il maggio del 2018 e sul Corriere Della Sera compariva la storia di Rifaat Al Areer, un professore universitario di 38 anni, che a Gaza insegna a leggere i classici di Shakespeare attraverso una lettura completamente diversa da come si è abituati a concepirla a Gaza. Studenti e studentesse rileggono il «Mercante di Venezia» e, grazie ad un punto di vista rivoluzionario perché completamente naturale e privo di secondi fini come quello del professore Al Areer, riescono ad abolire il pregiudizio, svincolarsi dalle convenzioni ed ottenere, finalmente, quell’agognata e minuscola briciola di libertà in un territorio-prigione, tormentato e sfruttato, come quello di Gaza.

Raccontare la guerra che da anni si combatte nella striscia di Gaza non è semplice e, soprattutto, diventa quotidianamente argomento fertile per l’evoluzione distorta di ragionamenti politico-economici distruttivi, di convenienza e troppe volte inutilmente eurocentrici. Quella delicata striscia di terra bagnata dal Mar Mediterraneo, infatti, è dal 1948 teatro di sanguinose battaglie di cui si è ancora troppo poco informati ed è dal 1948 che ha raccolto su di sé tutta la sofferenza, la miseria e la disperazione generati dal conflitto israelo-palestinese; nonché tutte le contraddizioni.

Shakespeare in war di Michela Tilli in scena al Nuovo Teatro San Paolo di Roma, per la raffinata e intuitiva regia di Mary Di Tommaso, è capace di trasportare lo spettatore in territorio di guerra, senza trascinarvelo immediatamente al suo interno ma facendolo immergere lentamente in un’ambientazione poeticamente drammatica, che è talvolta prigione e talvolta semplice e necessario miracolo.

Il miracolo si consuma in un ristorante abbandonato: tra drappi e tele impolverate fuoriescono le sembianze di ciò che era prima quel luogo di ristoro e dove lentamente fanno capolino i protagonisti di Shakespeare in war. Cinque studenti e un professore rivivono il «Mercante di Venezia» proprio lì dove manca acqua potabile e proprio lì dove un tempo ci si rifocillava, magari, dopo un lungo viaggio tra le secche e aride terre di Gaza. Saranno proprio questi cinque studenti e un malinconico professore a dare vita a tre diversi quadri di vita tormentati e affascinanti; i quali, ciascuno con le proprie caratteristiche, segneranno la fine di segreti inconfessabili e l’inizio di una ritrovata libertà.

Nawal e Tariq capiranno di essere molto più fratelli di quanto inizialmente apparivano agli occhi di tutti e il malessere interiore, straordinariamente interpretato dalla giovane attrice, riuscirà finalmente a sbocciare e a trasformarsi in amore incondizionato. Zahra e Youssef si intrecceranno indissolubilmente in un legame autentico fatto di spensieratezza ma anche di riflessione profonda, a tal punto da spezzare, spesso, il naturale impulso dell’attrazione. E, infine, il professore e Bilal, riusciranno finalmente a liberarsi da un macigno amaro e doloroso destinato a trasformarsi in reale e concreta indipendenza.

C’è amore, c’è dolore, rabbia, frustrazione, c’è tristezza, prigione e morte in Shakespeare in war di Michela Tilli. Uno spettacolo, quello dell’autrice savonese, dove si combatte il preconcetto attraverso l’esaltazione delle sensazioni reali e tangibili di chi vive quotidianamente tra sabbia, polvere e piombo e attraverso l’ausilio dell’arma migliore con cui si riesce a combatterlo: la libertà di scelta. Tra contrasti espliciti, il piombo del mare e del cielo contro il miele di Gaza, e contrasti interiori, la voglia di combattere contro il desiderio di libertà, seppure con qualche piccola imprecisione di realtà scenica, Shakespeare in war coinvolge e porta sul palco uno spaccato di una società martoriata alla quale tutti dobbiamo qualcosa.

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