Con la consueta allegra ironia, spavaldo coraggio e spessore morale, Giovanni Scifoni in “Santo Piacere – Dio è contento quando godo” tenta l’ennesima epica impresa, coronata dal successo. Tratta con disinvoltura una materia che scotta. Il tema è il sesso. Riflessione esilarante sul VI comandamento, poetica elaborazione dei conflitti tra istinto e spiritualità, benevola inquisizione tra le file della platea, in scena al Teatro Sala Umberto dal 18 al 24 marzo (nuova data: il 10 aprile al Teatro Brancaccio), lo spettacolo è centrato sulle opposte polarità rappresentate da cultura e religione, scenograficamente rese da una pila di libri da una parte e un crocifisso ligneo dall’altra, al centro un inginocchiatoio per le confessioni.

Carne e anima sono pacifici coinquilini o irriducibili antagonisti?

In stile diaristico, nell’ambito di un’estetica della condivisione e della familiarità, racconta i vagheggiamenti adolescenziali indotti dalla pubblicità anni Ottanta/Novanta: una tra tutte quella delle Morositas: più delle gelatine alla liquirizia, indimenticabile sarebbe Cannelle, la protagonista dello spot. Fase calante, viene menzionato Pier Paolo Pasolini per la triste reificazione dei desideri, che smettono di essere tali nella società dei consumi, dove persino il piacere sembra un obbligo.
Eccettuate le danze di una ballerina, esempio di femminile beltà seduttiva, incarnata allegoria che a intervalli regolari semplicemente attraversa lo spazio come mentale illecita attrazione, Scifoni presenta un avvicendarsi di personaggi, che interpreta solo sul palco, da sapiente giullare. I due principali sono: don Mauro, prete di campagna veneto, fidato consulente per problemi di natura pruriginosa, e Rashid, pizzaiolo musulmano che ben conosce l’epistola di papa Paolo VI, l’ “Humanae vitae”.

L’indagine sull’evoluzione della specie umana vaglia il caso di Orìgene, monaco anacoreta che si automutiló, la cui evirazione fu probabilmente legata all’interpretazione letteralistica del Vangelo (Matteo 19,12), atto che non gli procurò la perfezione. Suo contraltare è sant’Agostino, che ripropone il mistero della Trinità nel paradosso del bambino che cerca di travasare l’immensità del mare in una buca.
L’audace menestrello si avventura a smuovere i delicati equilibri tra i restrittivi orientamenti catechetici e le dissipazioni gaudenti, suscitando il riso dal dramma, senza evitare le insidiose contraddizioni secolari della tradizione cattolica, con annesse storture semantiche. Si scoprirà che il termine ebraico “tavlin” relativo alla Parola di Dio, lungi dal significare semplicemente antidoto al male della tentazione, si riferisce al mondo dei sensi, perché indica il valore aggiunto, in termini di sapore, delle spezie nei cibi. Dio sarebbe quella componente che rende buona e intimamente gioiosa l’esperienza della vita stessa.

Revival della prima giovinezza, che trova i suoi ascendenti nei modernisti flussi di coscienza, assistiamo a un viaggio simbolico fino ai litorali dell’infanzia, a Ladispoli, quando il disagio in spiaggia si lega in modo indissolubile all’odore delle creme solari e al tonno. Nell’immagine del mare, oltre che Dio, c’è il desiderio. Il sesso, zona fluida della coscienza in cui si depositano i ricordi, sarebbe soggetto a una specie di legge di gravità per cui i dati sensoriali del vissuto personale si sedimentano sul fondale, fissandosi indelebilmente nella memoria. L’erotismo delle comuni esperienze è descritto come un limitato perimetro di piscina, quando si aspira all’oceano.
Passati in rassegna scimmioni primitivi, teologi e santi, Scifoni giungerà alla dichiarazione del vero bene. Sarà l’amore a sanare le dicotomie Progresso/Chiesa, Piacere/Santità, Tradimento/Fedeltà, con candido romanticismo, in modo esemplare, sul finale. Splendida la colonna sonora.
Al Teatro Sala Umberto è sold out! Nuova data: il 10 Aprile al Teatro Brancaccio.

“Santo Piacere - Dio è contento quando godo” Teatro Sala Umberto, Giovanni Scifoni

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