Più di 72 ore chiuso in un wcè quello che capita al protagonista di “Toilet”, one man dramedy di e con Gabriele Pignotta, in scena fino al 17 aprile al teatro Sette.

Accidentale isolamento nello spazio circoscritto dei servizi igienici, stazionamento forzato per una porta che non si apre, impossibilità di essere localizzato a causa del GPS non funzionante, Gabriele Pignotta ricopre il ruolo del povero malcapitato. Ignaro di dove si trovi, perché distratto dalle continue telefonate di lavoro, ha il cellulare come unico collegamento con il mondo esterno. La comicità nasce dalla situazione disperata in cui si viene a trovare il personaggio, vittima dall’animo buono che mette in campo risorse e risposte adattative all’evento, innescando empaticamente nel pubblico solidarietà e partecipazione divertita. L’ostaggio di circostanze sfavorevoli, interpretato con autenticità e sommesso pathos, sarà finalmente liberato. L’alto gradimento del pubblico conferma il successo di “Toilet”, si ripete il sold out!

Attore e autore, sceneggiatore e regista, Gabriele Pignotta parla con noi della sua carriera.

Cosa la spinge a fare teatro?

È un’urgenza esistenziale, una necessità, non potrei non farlo, non ho secondi fini, nessun obiettivo se non continuare a farlo. È la mia forma d’espressione.

Nella sua comicità c’è un rimando a Buster Keaton?

Buster Keaton ha una comicità estroversa e clownesca. Invece in “Toilet” devo riuscire a non essere strabordante, altrimenti perde credibilità la storia, viene meno il senso claustrofobico delle vicende di questo povero, triste uomo che finisce dentro un bagno. Io calibro e contestualizzo la battuta nella storia. Non esco mai dal personaggio e non divento maschera, come farebbe Buster Keaton. La sua comicità della sofferenza è simile nei meccanismi a quella di Stanlio e Ollio, che rimangono seri quando gli capita una disgrazia, questo sì. La mia comicità è situazionale. Attingo alla nostra tradizione: un po’ di Nuti, un po’ di Verdone, ma anche al cinema americano che amo.

Il personaggio a un certo punto si mette a parlare con il mocio, come Tom Hanks con il pallone Wilson in “Cast Away”. C’è un riferimento voluto?

Assolutamente sì, infatti durante le prove chiamavamo Wilson il mocio. Quando mi sono trovato un giorno per caso il mocio messo al contrario nel carrello delle pulizie, mi sono detto: “Adesso ci parlo!”.

La performance sembra coincidere con uno stato emotivo, la recitazione non è artificiosa, c’è molta energia fisica

Ho dovuto lavorare su un piano cinematografico: essere ciò che vivevo, vivere ciò che rappresentavo. La lente di ingrandimento a teatro è troppo grande: sei tu da solo, in uno spazio piccolo, dovevo essere assolutamente credibile. Quando entro in scena, mi dimentico che sto recitando, sto dentro anche psicologicamente, infatti è molto faticoso. Sono già tre sere che nella telefonata che Flavio Bretagna fa alla madre – e questo non me lo aspettavo – piango veramente. Lo sento molto questo spettacolo, lo sento addosso. C’è sicuramente il  mestiere, legato a anni di palcoscenico, ma c’è anche immedesimazione.

Cos’è per lei la leggerezza?

La leggerezza è il mio approccio preferito alla vita. La leggerezza è una forma di intelligenza,  è l’antidoto – per un artista soprattutto – allo strapotere del proprio ego, è democrazia, è ascolto, è discrezione. La leggerezza è una delle cose che preferisco nella vita.

Teatro, tv, cinema: quale ruolo e quale mezzo espressivo sente più congeniale?

Per me non sono ruoli distinti, ma fanno parte di un unico flusso creativo, che sento mi appartiene totalmente e integralmente. A De Gregori non chiederesti mai se preferisce cantare o scrivere, lo percepisci come un tutto unico, per me è lo stesso. È ovvio che sono tre discipline separabili. Nel caso della pièce “Non mi hai più detto ti amo”, con Giampiero Ingrassia e Lorella Cuccarini, mi sono messo al servizio come regista e come scrittore. Nel caso del mio secondo film, “Ötzi e il mistero del tempo”, ho curato solo la regia. In “Che disastro di commedia”, mi sono messo nelle mani del regista inglese Mark Bell e ho fatto solo l’attore. Quel che si vede in “Toilet” è Gabriele Pignotta. Quando lavoro, immagino una storia, ci entro dentro, la scrivo, la metto in scena come l’ho immaginata, non perché voglia fare anche il regista, ma per la necessità di visualizzare ciò che ho scritto e pensato. Uso il mio strumento per narrare questa storia: il corpo.

“Toilet” era in cartellone fino al 18 aprile, ma questa data è stata cancellata: perché?

Il mio secondo lungometraggio come regista, il fantasy internazionale “Ötzi e il mistero del tempo”, ha vinto il Giffoni Film Festival: mi daranno un premio anche a Cipro, ulteriore attestazione di qualità per il lavoro cinematografico svolto. Siccome cercavo una vacanza dal 19 con la mia famiglia, anticipo di un giorno e rimango nell’isola per riposarmi.

Prossimi impegni professionali?

Sto preparando un film: dovrei girare a luglio un altro family fantasy, con la casa di produzione Indiana.

2 – 17 aprile

Gabriele Pignotta

TOILET

una storia scritta e interpretata da Gabriele Pignotta

aiuto regia: Julie Ciccarelli

supervisione artistica e acting coach: Cristiana Vaccaro

musiche originali: Stefano Switala

scenografia: Tiziana Liberotti

prodotto: da AB Management e Diaghilev

Biglietti: euro 24,00 – 18,00 (prev. compresa)

Ultime disponibilità di posti!

Teatro 7 via Benevento, 23 – 00161 Roma – Tel.: 06 442.36.382 – e-mail: teatro@teatro7.it

ORARIO BOTTEGHINO: dal 10 settembre al 30 giugno: dal lunedì al sabato 10.30-21.00; domenica 16.00-18.00 / dal 1 luglio al 10 settembre: dal lunedì al venerdì 10.30-19.30; sabato 10.30-13.00; domenica chiuso / agosto: chiuso