Era il 1985 quando una scrittrice canadese, tale Margaret Atwood, pubblicò un romanzo intitolato The Handmaid’s Tale che arriva in Italia, qualche anno più tardi, con il titolo Il racconto dell’ancella.
In un mondo devastato dalle radiazioni, uomini e donne hanno perduto la loro fertilità. In pochi riescono ad avere figli. Negli Stati Uniti la situazione degenera e, in stato di emergenza, viene dichiarata la Repubblica di Galaad, regime totalitario basato sul controllo del corpo femminile. Le ancelle sono coloro che sono ancora in grado di procreare.

Ora Rachele vide che non poteva partorire figli a Giacobbe, perciò Rachele divenne gelosa di sua sorella e disse a Giacobbe: “Dammi dei figli, altrimenti muoio”. Giacobbe si adirò contro Rachele e rispose: “Tengo io forse il posto di Dio che ti ha negato il frutto del grembo?” Allora ella disse “Ecco la mia serva Bilha. Entra da lei e lei partorirà sulle mie ginocchia; così anch’io potrò avere figli per suo mezzo.” (Genesi, 30; 1-3)

È il 2017 quando, per la prima volta, la serie tv The Handmaid’s Tale, tratta dall’omonimo romanzo, appare sul piccolo schermo e, in pochissimo tempo, fa il pieno di premi e riconoscimenti. L’immagine tetra delle ancelle con i loro vestiti rosso sangue e le loro alette bianche (che impediscono di vedere e di essere viste), entrano nell’immaginario collettivo, a testimonianza, in un rinnovato clima di consapevolezza femminile e femminista, di ciò che non dovremmo diventare.

È il 6 Luglio 2019 quando, alla Galleria Toledo di Napoli nell’ambito del Napoli Teatro Festival, va in scena The Handmaid’s Tale. La curiosità di vedere una trasposizione teatrale dell’opera, al suo debutto nazionale, è alta.
La sala ben si presta al clima raccolto che uno spettacolo simile richiede. Pochi posti, quasi all’altezza del palco: un incontro intimo con l’attrice, Viola Graziosi.
Non c’è sipario. In scena fanno la loro comparsa uno sgabello e, al centro, una veste rosso sangue piegata a terra con delle alette bianche in dotazione obbligatoria. Tutte intorno, altre alette bianche per ancelle assenti. Tante, tutte sospese, librate in aria. A terra, tante scarpe rosse. Quelle alette e quelle scarpe appartengono ad ancelle, testimoni silenti, invisibili, ma potrebbero essere le mie, della ragazza che è seduta alle mie spalle, della donna che mi è seduta accanto.
Quelle scarpe rosse evocano migliaia di donne che mai si conoscono e si conosceranno, tante quante sono le ancelle nel romanzo della Atwood, che mai vedranno la fine della Repubblica di Galaad.

Una voce registrata annuncia l’inizio dello spettacolo. L’attrice entra in scena e comincia il suo monologo. Sola sul palco, tanto quanto June, la voce solitaria di questo racconto, di questa testimonianza, si afferma come un ‘discorso amputato’.  Il testo di June/Graziosi si fa spazio tra i presenti: ogni parola è un macigno, per noi donne è anche peggio. Non ce la faccio! Mi sento quasi male!” sussurra la ragazza alle mie spalle.

Portare in scena questo monologo non era certo impresa facile. Lo sa bene Viola Graziosi che ne ha fatto un’eccellente prova attoriale, senza risparmiarsi le scene più crude, rapporto sessuale/stupro compreso, e non senza qualche imprevisto che, a fine spettacolo, guardando all’emozione racchiusa nel suo sguardo, si è già dimenticato. L’attrice dimostra ancora una volta la sua straordinaria capacità di reggere le variazioni di ritmo, non troppo lento, pena l’insostenibilità dell’opera, non troppo veloce, pena l’incomprensibilità della stessa.
L’adattamento di Graziano Piazza rende giustizia alla voce dell’ancella. “Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà ‘di’ e la libertà ‘da’. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà ‘di’. Adesso vi viene data la libertà ‘da’. Non sottovalutatelo.”
Ed è proprio sul concetto di libertà che Graziano Piazza e Viola Graziosi ripongono tutta l’attenzione. Ciò che l’ancella porta con sé è la straziante consapevolezza di aver osservato il declino della propria condizione, senza accorgersene. La libertà di vivere e lasciar vivere, di vedere e di essere visti, sembrava così scontata da risultare immensa solo quando non la si è avuta più tra le mani.

Il Racconto dell’ancella può risalire ad un secolo fa, a un futuro non troppo lontano, a ieri e, cosa più straziante, ad oggi. Viola Graziosi afferra il suo megafono e parla a tutti, uomini e donne, come ad un corteo degli anni ’70, come ad un corteo di ieri, come a voler lanciare un grido che arrivi il più lontano possibile, che riecheggi a lungo.

Tuttavia, nella trasposizione teatrale di questo romanzo, che consta della consulenza letteraria di Loredana Lipperini, non c’è il racconto della resistenza di June, alla Repubblica di Galaad: questa scelta non vuole essere un occultamento della storia, quanto un invito a crearne una propria, una sollecitazione amichevole che sembra dirti “Non ti dirò come va a finire. Vorrei che lo leggessi” o ancora, “Immagina come potrebbe finire e fai di tutto affinché non accada”.

Immagine di copertina: ©Maria Pia Ballarino. Secondary Image e Foto allegate: flickr.com e ©Maria Pia Ballarino
© riproduzione riservata