La scena è buia, sintomatica della dimensione di un sogno mnemonico: si sta entrando nella natura stessa del ricordo. Si riesce appena ad intravedere un lenzuolo bianco il cui colore contrasta sistematicamente con un’atmosfera magica, quasi lugubre e malinconica, che si respira in sala. Le ombre, in questo senso, giocano un ruolo fondamentale per l’economia stessa dello spettacolo: sono quelle trascinate e vissute sul palco dai protagonisti della scena, raccolti in tutta la loro intensità nel corpo e nella voce dell’unico attore di “Antropolaroid”: Tindaro Granata.

La sagoma dell’attore unico compare in scena e con sé gli echi di una storia familiare, ambientata nella Sicilia tra il dopoguerra e i giorni presenti, in un’aurea di mistero intrisa di ricordi e tradizioni. Tindaro Granata l’attore, ripercorre con un’energia delicata e inquieta, talvolta anche amara, le biografie di alcuni personaggi dalle tinte domestiche, custoditi in un cassetto della memoria infantile, che hanno animato le vicende dei suoi consanguinei. Scavando prepotentemente nelle radici generazionali, l’autore-attore porta in scena un sé stesso quasi posseduto dalle anime di chi lo ha partorito e cresciuto. L’attore unico, per tutta la durata dello spettacolo, infatti, sottolinea sempre la sua personalità, il suo essere attore di uno spettacolo che sta presentando ma, contemporaneamente, presta il suo corpo ai suoi antenati. Essi risorgono, rinascono e si affermano attraverso la voce e la mimica dell’attore: il corpo materiale ed essenziale, così, diventa il vero protagonista dello spettacolo; come se bisnonni, nonni, zie, attraversassero tempo e spazio, utilizzando Tindaro come strumento di affermazione, come mezzo attraverso il quale sviscerare le proprie vite.

Le vite di questi personaggi domestici e dal fascino antico, quasi scomparso, si intrecciano e svelano verità sopite; spesso volutamente dimenticate. Prendono forma, di volta in volta, per mezzo del corpo di Tindaro Granata, percorsi di vita differenti, talvolta tormentati, talvolta divertenti, irriverenti, che si uniscono universalmente nella persona che li rende vivi sul palco. Storie di amori tormentati, derelitti, storie di violenze, di affermazione personale e professionale, storie di prostitute e storie di quartieri, di paesini, di convenzioni sociali, di tradizioni e costumi di una Sicilia emarginata; storie di sogni e di desideri impetuosi, storie di guerre interiori, combattute con forza e dedizione.

Intere vicissitudini familiari, così, vengono esplorate da un performer la cui capacità di caratterizzare i personaggi e tratteggiarne i tratti, di approfondirne le peculiarità caratteriali, così come la velocità con la quale riesce a convertire le individualità, trasformandosi abilmente sul palco, è rappresentazione dell’intensità costante con la quale vengono affrontati i momenti costituenti lo spettacolo da un attore capace sempre di stupire, mutare e disegnare la realtà.

Antropolaroid” è un immersione nell’immaginario contadino di una Sicilia che è espressione, in questo caso, di tradizioni e consuetudini che potrebbero perfettamente rappresentare il passato di ogni spettatore in sala. “Antropolaroid” è uno strumento per mezzo del quale ritornare nel passato per comprendere e ridisegnare il proprio futuro, un mezzo attraverso il quale Tindaro Granata si affaccia nei suoi trascorsi familiari per accettarsi e affermarsi, per esorcizzare malefici, maledizioni, demoni e fantasmi che hanno caratterizzato un’intera famiglia.

Quando si assiste ad “Antropolaroid”, difatti, se si volesse dislocare lo spettacolo in letteratura, non c’è romanzo autobiografico migliore di “Menzogna e Sortilegio” di Elsa Morante per legittimare e confermare le intenzioni di Granata: ripercorrere i propri trascorsi, le storie individuali delle persone che compongono un nucleo familiare per accettarsi, capirsi, volersi finalmente bene e, soprattutto, riscattarsi. Il riscatto di Tindaro Granata, così, è tutto nel confutare una tesi che ha, da sempre, condizionato la famiglia dell’attore; ovvero: “Se nasci servo, muori servo”. Con “Antropolaroid”, infine, si impara a lottare, a non arrendersi, ad avere consapevolezza delle proprie capacità e ad avere il coraggio di dimostrarle; si impara che se si anelano fortuna e bellezza, queste non possono essere raggiunte senza sofferenza.

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