di Adriano Ercolani

Viviamo in un momento in cui la coscienza civile collettiva pare essere sovvertita, in cui la memoria dei sopravvissuti all’Olocausto è considerata divisiva, chi salva vite viene criminalizzato, chi semina odio, razzismo e menzogne viene acclamato da coloro i quali fino a poco tempo erano fa erano oggetto dello stesso disprezzo. Eppure, in questo inquietante chiaroscuro in cui gramscianamente nascono i mostri, ci sono ancora frammenti di luce che danno ancora un senso alla speranza e alla lotta. Ho visto negli ultimi anni decine e decine di spettacoli teatrali: nessuno è così urgente, necessario, illuminante della nostra contemporaneità come L’abisso di Davide Enia. Ieri, lo spettacolo ha vinto il Premio Ubu nella categoria Miglior nuovo testo italiano o scrittura drammaturgica (Enia già aveva vinto il premio speciale nel 2003): ci sembra il minimo, visto lo spessore dello spettacolo di Enia di cui c’eravamo accorti in tempi non sospetti. 

Daniele Di Michele, regista de I Villani e noto ai più come Don Pasta, non esagera quando dice che Enia andrebbe candidato, per questo spettacolo, sia al Nobel per la Letteratura che per la PaceIn questi anni, infatti, non c’è altra opera così potente nel raccontare l’inesprimibile inferno delle migrazioni. Uno spettacolo che dovrebbero vedere tutti: andrebbe inscenato non sono nelle scuole, ma anche nei centri anziani, come nel Parlamento Europeo di Bruxelles, perché espone in maniera nuda e incontrovertibile la verità agghiacciante degli sbarchi a Lampedusa.

La genesi dell’opera è così raccontata dall’autore: “Quando ho visto il primo sbarco a Lampedusa ero con mio padre. Approdarono tantissimi ragazzi e bambine. Era la Storia quella che stava accadendo davanti ai nostri occhi. Nell’arco degli anni sono tornato sull’isola, costruendo un dialogo continuo con i testimoni diretti: pescatori, personale della Guardia Costiera, residenti, medici, volontari e sommozzatori”. E, dunque, inchioda alle loro responsabilità gravissime i fautori di una propaganda criminale che alimenta l’odio sulle vittime di una tragedia immane per biechi fini elettorali. L’esperienza di testimone degli sbarchi ha sconvolto a tal punto Enia da ispirare un bellissimo libro per Sellerio,  Appunti per un naufragio (Premio Mondello 2018, divenuto anche un audiolibro per Emons). Ma non era abbastanza: bisognava incarnare sulla scena, nell’urgenza immediata del gesto, le emozioni violente nate da quell’esperienza, “nominare il trauma”, come ama dire l’autore, con tutta la propria presenza sulla scena. Molto si è detto, ed è giusto ripeterlo, sulla grande capacità di Enia di mantenere alta, nonostante le repliche che durano da circa un anno, l’intensità di quella che non può essere ridotta a mera interpretazione ma è a tutti gli effetti testimonianza civile. Da narratore egli intreccia sapientemente l’immane tragedia altrui con la confessione di una privata, da narratore in scena rielabora la tradizione del cuntu siciliano in un memorabile crescendo musicale, grazie anche all’apporto importante del chitarrista Giulio Barocchieri.

Sellerio, euro 15.

Tutti coloro che si sono convinti di subire un’invasione etnica dovrebbero vedere questo spettacolo: scommetto che anche loro piangerebbero come il sommozzatore fascista che, all’inizio dello spettacolo, racconta a Enia il mancato salvataggio di un bimbo. Davanti alla tragedia più straziante non c’è opinione politica che tengaLe persone che stanno annegando vanno salvate. Poi si discute. Tutto ciò che è contrario a questa primordiale legge del mare è barbarie e va combattuta.

Riportiamo un brano ormai celebre della narrazione di Enia che riassume con potente consapevolezza il senso della sua straordinaria opera:

Nascerà una epica di Lampedusa. Sono centinaia di migliaia le persone transitate dall’isola. A oggi, manca ancora un tassello nel mosaico di questo presente, ed è proprio la storia di chi migra. Le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità. Possiamo nominare la frontiera, il momento dell’incontro, mostrare i corpi dei vivi e dei morti nei documentari. Le nostre parole possono raccontare di mari che curano e di mani che innalzano fili spinati. Ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla, coloro che sono partiti e, pagando un prezzo inimmaginabile, sono approdati in questi lidi. Ci vorranno anni. È solo una questione di tempo, ma saranno loro a spiegarci gli itinerari e i desideri, a dirci i nomi delle persone trucidate nel deserto dai trafficanti d’uomini e la quantità di stupri che può subire una ragazza in ventiquattro ore. Saranno loro a spiegarci l’esatto prezzo di una vita in quelle latitudini in Libia e delle botte prese a ogni ora del giorno e della notte, della visione improvvisa del mare dopo giorni di marcia forzata e del silenzio che si impone quando s’alza lo scirocco e si è in cinquecento in un peschereccio di venti metri che sta imbarcando acqua da ore. Saranno loro a usare le parole esatte per descrivere cosa significa approdare sulla terraferma, dopo essere scappati dalla guerra e dalla miseria, inseguendo il sogno di una vita migliore. E saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi.

Grazie a spettacoli come L’abisso, forse, potremmo un giorno guardarci allo specchio senza più vergognarci.

Ecco alcune delle prossime repliche de L’abisso previste per il 2020:

3 febbraio- Teatro Herberia, Rubiera (RE)

5 febbraio- Teatro Filarmonico, Piove di Sacco (PD)

6 febbraio- Teatro Comunale, Mirano (VE)

7 febbraio-Arti Inferiori, Padova

dal 7 al 10 febbraio- Arena del Sole, Bologna

15 febbraio- Vecchie Segherie Mastrototaro, Bisceglie (BAT)

18 febbraio- Teatro Garibaldi, Enna

In copertina: Davide Enia, courtesy of Ufficio Stampa-Teatro di Roma.
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