Secondo un luogo comune, è il mestiere il più antico del mondo: per secoli, anzi per millenni è stato uno dei pochi concretamente accessibili alle donne che dovevano o sceglievano di rendersi indipendenti dal sistema patriarcale. Non a caso, ne troviamo traccia sin dai grandi poemi indiani del IV  e V secolo a.C. e dalle Sacre Scritture: da Maddalena alle geishe d’Oriente, passando attraverso figure storiche, come quella di Mata Hari, e icone del cinema, come l’indimenticabile Vivian di Pretty Woman, storie di meretrici o, come diremmo oggi, sex workers femminili ne abbiamo un’infinità. È, tuttavia, imbattersi in narrazioni sulla prostituzione intesa come scelta consapevole, racconti che pongono l’attenzione su una decisione ponderata con distacco e nel tempo, alla luce degli eventi e delle esperienze che porta con sé.

Il testo Una casa di donne, scritto da Dacia Maraini negli anni ‘70, proprio durante l’ondata combattente ed infervorata del femminismo italiano, è perciò un gioiello unico e inestimabile, dotato di straordinaria originalità drammaturgica ma soprattutto di inaudita attualità. L’atto unico è tornato finalmente ad incarnarsi sui palchi d’Italia e non solo grazie alla determinazione e alla temerarietà di una giovane donna, Ottavia Orticello, un’attrice coraggiosa che ha scelto di (ri)dare vita a questo intenso monologo sulla prostituzione femminile facendosi guidare dal regista Jacopo Squizzato. Lo spettacolo, andato in scena lo scorso sabato al Teatro Ivelise di Roma, costituisce l’occasione perfetta per fermarsi a riflettere sulla condizione femminile odierna di cui la prostituzione diventa metafora efficace proprio perché oscillante tra due poli estremi: la schiavitù del corpo e della mente e la libertà di scegliere e di vivere la propria sessualità autenticamente. L’interpretazione di Ottavia Orticello che, da sola in scena, dà corpo e voce alle tre protagoniste della pièce, è l’emblema della complessità di questo tema: delicata, ironica, misurata, eccentrica, nevrotica, passionale, Orticelli attraversa una vasta gamma di possibilità dell’essere, dipingendo un quadro di caratteri e di emozioni che ben esplicitano la portata filosofica, sociale e politica del testo di Maraini.

La storia principale è quella della giovane Manila: laureata in Filosofia, la ragazza ha un carattere esuberante e vivace. Sappiamo che ha avuto un fidanzato, Paolo, il classico bravo ragazzo intelligente, responsabile e premuroso. Perfetto, semplicemente perfetto. E terribilmente asfissiante. Al punto che è stata davvero drastica la sua scelta alternativa ad una vita di ordinarietà e sottomissione: sì, perché è lei stessa a rivelarlo, quella relazione avrebbe funzionato solo e soltanto se Manila avesse accettato di “diventare una sua appendice”, di interpretare il classico ruolo della grande donna che sta dietro al suo grande uomo. In un contesto che offre solo il ruolo di sostenitrici passive che si accontentano di restare nell’ombra e promettono di fare le brave, Manila opta per la strada diametralmente opposta. Da santa a puttana, senza vie di mezzo. O almeno così sembra all’inizio. Perché in realtà le sfumature dei sentimenti, delle emozioni e dei pensieri della prorompente protagonista ci sono eccome e l’interpretazione appassionata di Ottavia Orticello ce le restituisce un po’ alla volta, con ritmo via via sempre più incalzante: emerge, passo dopo passo, il rapporto conflittuale con la madre, radice tanto della sua insicurezza perenne quanto della sua ribellione vistosa. Emergono i legami con le due coinquiline, Marina ed Erica, che fanno lo stesso lavoro, altrettanto tormentate e ossessionate dai loro demoni interiori. Affiorano delicatamente anche i rapporti con i clienti, uomini che sembrano ombre, talvolta oscure e minacciose ma in altri casi fragili e tremolanti; e si dipanano le dinamiche precipue di quel mestiere antico che è groviglio di storie per definizione. Un lavoro archetipico, denso di significati e di implicazioni sottili. Un lavoro di cui tutti sanno ma di cui nessuno ha il coraggio di parlare.

La scenografia è semplice, povera, minimale: una poltrona e una panca che si trasforma ora in pesante fardello, nella via crucis delle tre anime ferite incarnate dall’unico corpo di Manila, ora in giaciglio del peccato e della lussuria. E la conclusione dell’atto unico riporta ancora una volta in superficie il tema della genitorialità, intesa come simbolo ambivalente di un’eredità karmica che si trasmette per via matrilineare: la figlia che Manila porta in grembo non avrà alcun padre e nel suo futuro appare già inscritta la doppia possibilità di una remissiva sottomissione o di una dolorosa e straziante emancipazione.

La prossima data dello spettacolo “Una casa di donne” è prevista per il 14 dicembre presso la Società Italiana Dante Alighieri di Granada.

 

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