Teatro Mercadante, 11 e 12 dicembre. Un gruppo di studiosi, professori universitari, attrici, drammaturghi e registi si incontrano per parlare di Sarah Kane, in un convegno a lei dedicato, intitolato “I am much fucking angrier than you think. Il teatro di Sarah Kane vent’anni dopo”, in collaborazione con Comune di Napoli, Centro Argo/ Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e Arci Movie.
La sala è piccola e affollata da studenti, da curiosi che, prima di allora, non avevano mai sentito parlare di Sarah Kane, se non dai manuali di letteratura che gli dedicano troppe poche righe.

Perché ricordare questa autrice, morta suicida all’età di 28 anni e con pochissime opere dietro sé? Perché, che piaccia o meno, Sarah Kane è più contemporanea dei contemporanei. È” e non “è stata”.
Le sue opere, che fanno di lei l’autrice britannica più controversa degli anni ‘90, intrise di immagini spiazzanti, disturbanti, di stupri, malattie, cannibalismo, “vomitavano” tutta l’intolleranza, la rabbia incontrollabile per un mondo considerato ingiusto, contribuendo a quello che più tardi venne definito in-yer-face theatre.
Tutte le sue opere, Blsted, Phoedra’s Love, Crave rivelano storie complesse, per alcuni irrappresentabili ma che, tuttavia, raccontano di persone e personaggi alle prese con un dolore, con un “male di vivere” indicibile.

Sarah Kane

Alle prese con il suo, di dolore, Sarah Kane tenta il suicidio ingerendo un flacone di sonniferi che tuttavia, non la uccidono. Lasciata sola dai medici, si impiccherà, poco dopo, con i lacci delle sue scarpe. Lascia un’ultima opera, una sorta di testamento, messa in scena ad un anno dalla sua morte: 4.48 Psychosis.

Definita da molti una testimonianza della follia e della depressione, 4.48 Psychosis, in realtà, è molto di più. È un racconto personale, intimo, una pagina di diario scritta, con tenerezza spiazzante, da chi non chiedeva di essere sedata, curata, ma amata, compresa, nel suo dolore.
4.48 Psychosis è un inno alla follia, sì, ma di una vita che scorre senza badare a cosa (o a chi) calpesta. È la morte di Sarah ma è anche la morte della cultura occidentale che mostra, nella sua crudezza, quanto siamo brutti, noi umani, figli della nostra disperazione, le cui scelte non sono altro che un modo di alleviarla. È il racconto di un dolore che si fa sempre più grande, tanto più grande quanto maggiore è la consapevolezza di una vita arrabbiata e brutale che si sta spegnendo.

Sarah Kane

“Non è colpa tua, è l’unica cosa che sento dire, non è colpa tua, è una malattia, non è colpa tua, lo so che non è colpa mia. Me l’avete detto tante di quelle volte che comincio a pensare che sia colpa mia”, scriverà Sarah, con un linguaggio tagliente, come schegge di vetro, le stesse che vedo portare in scena da Elena Arvigo, quella stessa sera.

Le parole di Sarah Kane risuonano nella sala, piccola, contenuta, così il racconto è ancora più intimo. Le parole di Sarah sono macigni che seguono il decorso della sua vita, gli effetti dei farmaci, tanti, troppi.
Il testo, prima quasi musicale, si scompone, diventando atono, afono e, infine, afasico. Il movimento scenico si riduce al nulla.
Sarah Kane è, ora, un personaggio beckettiano ma con la maledizione della consapevolezza. Come si sopravvive a tanto dolore?


“Visto che si gioca così, giochiamola così e non parliamone più” dirà Hamm in Finale di partita (Beckett).
“Guardatemi, sto scomparendo” dirà Sarah Kane che si libererà della sua veste beckettiana aprendo il sipario.

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