Un religioso silenzio ha avvolto la sala del teatro perginese durante tutta la durata dello spettacolo Viaggio al termine della notte di e con Elio Germano e Teho Teardo, tratto dall’omonimo capolavoro di Louis-Ferdinand Céline e presentato nell’ambito del Pergine Festival.

Scrittore complesso e controverso, l’autore francese è stato amatissimo da Charles Bukowski e dagli esponenti della Beat Generation. Impietoso e cinico eppure dotato di grande sensibilità e umanità, freddo e distaccato ma al tempo stesso appassionato, impetuoso, il medico francese visse in prima persona gli orrori della Grande Guerra, le atrocità del colonialismo francese in Africa, le conseguenze dell’industrializzazione e della diffusione dell’economia di mercato, l’inaridimento delle coscienze: il Viaggio è una summa delle tristezze che hanno caratterizzato il Novecento, secolo definito “breve” dallo storico Eric Hobsbawm a sottolineare quanto rapidità e violenza abbiano portato al completo fallimento di tutti quei movimenti- il Positivismo, il Capitalismo, il Nazionalismo- che avevano proclamato con arrogante certezza la fine delle miserie umane,  trasformando gli uomini politici di allora in idoli, in divinità.

Germano e Teardo partono dalle pagine stupefacenti dell’opera di Céline ma le parole ben presto si dissolvono, il fil rouge della narrazione passa sin da subito in secondo piano, fino a scomparire del tutto: in questo lavoro, definito dagli stessi autori e interpreti come “uno spettacolo in forma di concerto”, a farla da padrone è decisamente il suono

La voce e la musica emergono con forza, scavalcando tutti gli altri sensi ed è portentoso, soprattutto se consideriamo quanto è pervasiva e centrale l’immagine nella nostra quotidianità. 

Il Viaggio secondo Germano e Teardo si fa principalmente attraverso l’ascolto e la preminenza delle vibrazioni acustiche fa sì che l’attenzione si sposti via via dalla decodifica delle parole verso la percezione di un’atmosfera intensa, nera come la pece. Un’atmosfera che risulta come un forte richiamo al contesto storico dell’opera céliniana ma che più estesamente afferisce ad una certa condizione dell’essere umano, oscura proprio come la notte profonda: una condizione che è talmente senza tempo da risultare attualissima. 

D’altronde, la stessa scrittura di Céline ha un forte carattere sonoro, costellata com’è da una punteggiatura ricca e sapiente che crea ritmo già nella mente assorta nella lettura silenziosa.

Si potrebbe assistere a questo spettacolo standosene a occhi chiusi, se non fosse che anche l’occhio ottiene la sua parte: i corpi in scena ci sono, eccome. E si contorcono, si avviluppano, talvolta si espandono per poi ripiombare nella forma intimistica del capo reclino, il mento contro il petto, le mani tra i capelli, le dita battenti su microfoni e strumenti.

E così, anche in questo viaggio terrificante nell’oscurità, appare il sublime: la presenza scenica dei due artisti è latrice di quella bellezza che nasce dalla volontà di esprimere ciò che sta dietro le parole, sotto il testo, dentro l’elaborazione scritta. L’anima tormentata di Céline si materializza e gli occhi di chi guarda comodamente seduto in poltrona si sbarrano nel tentativo, forse vano ma comunque necessario, di trovare una luce nell’oscurità.

Immagini di copertina, secondaria e in galleria di Giulia Lenzi, ph. Courtesy of Ufficio Stampa-Pergine Festival.
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