Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco: a partire dal titolo dello spettacolo – che andrà in scena fino al 1 dicembre al Teatro Vascello di Roma – è possibile comprendere quanti contrasti viaggino all’interno di un testo come quello di Stefano Massini; vincitore del Premio Pier Vittorio Tondelli Riccione Teatro 2005.

C’è l’odore e, dunque, il richiamo al senso dell’olfatto ma anche qualcosa di assordante che intacca spaventosamente l’udito del protagonista, così come quello dello spettatore; quel qualcosa è il non-colore, il bianco, il rimando alla vista. Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco, in effetti, si fonda sull’intreccio di tre sensi: l’olfatto, l’udito e la vista, uniti tra di loro in un ossimoro scomodo che anticipa violentemente la scena che si pone di fronte al pubblico in sala.

Siamo in un ospedale psichiatrico del 1889 e, rinchiuso in una stanza insopportabilmente bianca, c’è Vincent Van Gogh, interpretato da un granitico e straordinariamente disturbante Alessandro Preziosi. Il pittore olandese vive le sue giornate in claustrofobia, in una solitudine angosciante e tediosa che non fa altro che rimarcare le paure e le paranoie dell’insania, fin dall’inizio riconosciuta da Van Gogh.

Vincent vede cose, vede persone, ombre, sente voci, sussurri, parole bisbigliate, talora è un bambino e talora un folle: ossessioni moleste che distruggono la realtà e la concezione stessa del tempo, in un luogo in cui l’accentuazione del bianco non fa altro che risaltare la mancanza di colore a cui è costretto il pittore. Un pittore senza colori: Vincent si dispera in un bianco che è sinonimo di morte in uno schematico e straziante spazio in cui il «il tempo non ha tempo». La fatica di Alessandro Preziosi, assorbito completamente nella malattia di Vincent, cola dalla fronte dell’attore sotto forma di sudore e si deposita su una tela bianca; quella stessa tela che è stata scoperta dal fratello di Vincent, Theo, arrivato all’ospedale di Saint-Paul-de-Mausole per parlare finalmente col fratello. Dialoghi veloci e incalzanti sembrano lasciare spazio ad un vero e proprio monologo interiore che Vincent recita a sé stesso, intrappolato in quelle mura di un bianco quasi acido che corrodono lentamente l’anima del pittore. Theo deve firmare il registro del manicomio per poter finalmente portare via da quella stanza bianca il fratello Vincent, ingabbiato in un non-colore che non ammette respiro. E allora Vincent cercherà in tutti i modi di convincere Theo ad ascoltarlo, convincendolo della buona salute di cui gode.

Ma Theo è reale? E, in verità, chi lo è veramente?

“Notte Stellata”, giugno 1889 – olio su tela di Vincent Van Gogh. Fonte: Wikimedia Commons.

Ripetizioni, anafore, assonanze, rime: il testo di Stefano Massini sembra una melodia poetica, accattivante e ossessiva che accompagna la disperazione che cresce nel pittore olandese. Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco non lascia, così, spazio nemmeno alla riflessione di chi è in platea: è lo stesso spettatore ad immedesimarsi in Vincent, quasi come stesse facendo, simultaneamente ad Alessandro Preziosi, una disamina del proprio delirio nascosto; quasi come se lo stesso spettatore fosse realmente rinchiuso in un manicomio ad auto-analizzarsi. Dal pubblico, infatti, arrivano gemiti e forti sospiri ma ormai quelle rime, quelle assonanze, quelle anafore e ripetizioni continuano a battere ossessivamente alle pareti della mente e non si fermano.

Vincent Van Gogh con la sua esplicita e chiara consapevolezza di sé, entra in punta di piedi nell’animo di chi lo osserva e le parole, che velocemente si rincorrono in scena, non fanno altro che dimostrare l’incapacità dell’essere umano a guardarsi dentro. Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco, così, finisce per rivelarsi un’esperienza che attraversa insistentemente lo spettatore, lasciandolo inerme di fronte la potenza di un testo e di un’interpretazione che arrivano dritti all’obiettivo: alienare nella realtà folle l’essere umano e restituirlo lentamente al proprio corpo stanco e provato dallo spettacolo… ma d’altronde: «chi dipinge non fa altro, si lascia attraversare».

 

Immagini a corredo dell’articolo: courtesy of Ufficio Stampa-Teatro Vascello.

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