Era il 1992 quando Tilda Swinton, attrice londinese, classe 1960, interpretava Orlando di Virginia Woolf, nell’omonimo film diretto da Sally Potter.

Il racconto di una delle più note scrittrici del ‘900, è la biografia di Orlando, principe “aspirante poeta”, bello, sensibile e solitario che, dall’epoca elisabettiana, viaggia attraverso i secoli, fino ai primi anni del ‘900, senza invecchiare mai, alla ricerca del senso profondo e nascosto della poesia e dell’amore, e che, dopo un sonno di sette giorni consecutivi, si risveglia donna. Negli anni successivi alla sua pubblicazione, avvenuta nel 1928, questo romanzo diventa un vero e proprio cult della letteratura inglese ma, soprattutto (e non a caso), un pilastro “letterario” della comunità LGBTQI+.

All’apice della sua carriera, infatti, Virginia Woolf, seppur sposata con Leonard Woolf, non nasconde la sua passione per le donne, in particolare, per Vita Sackville-West, a cui questo romanzo è dedicato. “La più lunga lettera d’amore della storia”, dirà il figlio; “la sua vacanza letteraria” dirà Tilda Swinton, da sempre ossessionata da questo romanzo, considerato come un testo fondamentale, imprescindibile, a tratti “autobiografico”, “da tenere sotto il cuscino”, a cui l’attrice si affida.

Nella sua prefazione al testo (2012), Swinton scriverà:

Devo ammettere, a questo punto, di avere con Orlando un rapporto complesso e articolato, quasi un legame di parentela. Sono andata a scuola vicino a Sevenoaks, a due passi da Knole, e uno dei miei compagni era un Sackville-West. Come Orlando – come Vita – ero cresciuta in una vecchia casa e somigliavo alle persone nei ritratti appesi sulle scale, perlopiù uomini in gorgiera, baffuti e coperti di velluti. Posavamo tutti in modo formale davanti ai mobili, disposti secondo un alto albero genealogico come tanti palloncini rimasti impigliati tra i rami. Come Orlando, scrivevo poesie. Nelle mie fantasie adolescenziali, leggevo questo libro e credevo che fosse una biografia allucinogena e interattiva della mia stessa vita e del mio futuro. (…) Una guida turistica dell’esperienza umana, l’amico più saggio che potessi avere. O, quantomeno, è stato il primo: un messaggio in una bottiglia da parte di un amico immaginario.

Non deve stupire, dunque, se nel 1992, l’attrice abbia accettato di recitare la parte di Orlando, un ruolo tra il maschile e il femminile, tra l’androgino e il doppio, interpretato con così tanta naturalezza che, ad oltre 20 anni di distanza, ancora la si ricorda come Orlando, “nome a cui rispondo di istinto, per le strade di mezzo mondo” sostiene lei stessa; ruolo che la consacra come interprete ideale delle “diversità”, complice anche la consapevolezza di non rispettare i canoni di bellezza convenzionali.

A distanza di sette anni, quelle sue parole risuonano come il vero manifesto artistico dell’attrice per la mostra fotografica sulla fluidità sessuale (con gli scatti di oltre 11 artisti), in esposizione alla Galleria Aperture di New York, che andrà a costituire il numero 235 di Aperture Magazine e che partirà proprio dall’Orlando della Woolf: Swinton, icona consacrata del movimento LGBTQI+, erede “morale” di David Bowie, di cui, spesso, assumeva le “sembianze”, ha dunque curato questo allestimento espositivo.

La svolta dell’attrice verso il mondo dell’arte figurativa non è una novità. Nel 1995, infatti, Swinton si esibisce in una performance intitolata “The Maybe” di Cornelia Parker, presso la Serpentine Gallery di Londra e, successivamente, presso il Museo Baracco di Roma. La performance prevedeva che la Swinton giacesse per otto ore al giorno, all’interno di una teca di vetro, apparentemente addormentata, per una settimana. Nel 2013 l’attrice ha poi riproposto, senza preavviso, la stessa performance al MoMA di New York, per sei volte nello stesso anno.

Tilda Swinton at MoMA

Cosa aspettarci, dunque, da questa mostra, è difficile dirlo. Sappiamo, però, che dall’artista del doppio, dell’androgino e dell’alterità, è probabile arrivi ciò che il suo nome porta con sé:  un “diverso” percepito come tale solo perché non abbastanza fluido da abbracciarne appieno la filosofia.
Filosofia di una sessualità che non è solo ambiguità e provocazione, ma un libero sfogo dell’immaginazione, di quella parte di sé che troppi secoli hanno cercato di reprimere, proprio come Orlando che, succube delle pressioni che la vogliono accasata, si dichiara sposa della sua propria natura e di nessun altro. “Un buon sottotitolo per questo libro potrebbe essere Come sopravvivere ai propri avi” ha dichiarato la Swinton.

Ma, del resto, come sopravvivere al peso, all’eredità del passato se non sprigionando la propria fluidità che, nella sessualità, trova il mezzo più forte per affermarsi?

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