Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”, scriveva George Orwell in Animal Farm (La fattoria degli animali), pubblicato per la prima volta nel 1945. “A Fair Story”, una favola, citava Orwell, i cui protagonisti sono gli animali che, stanchi dei maltrattamenti subiti dall’uomo, decidono di ribellarsi. Sebbene questo racconto fu pensato come una critica al capitalismo, in cui l’uguaglianza sociale è ridotta a mero strumento delle “campagne elettorali” dei porci (protagonisti), questa “favola” sottende un secondo ma non secondario problema: la razza. Per i maiali il problema più grande è la razza umana ma, a voler giustificare i maiali, per l’uomo stesso, in verità, la razza rappresenta ancora un problema.

La fattoria degli animali – George Orwell – Edizione Mondadori  – Photo Credit: amazon.it

Sulla questione della razza, e del razzismo, si è espressa, fin dagli esordi, Toni Morrison, prima scrittrice Afro-Americana a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1993. Nata e cresciuta in America negli anni della segregazione razziale, Toni Morrison ha basato tutta la sua produzione letteraria su storie di uomini e donne afro-americani che hanno perso la propria identità. Vi è la costante ricerca di un “Paradise” (Paradiso, 1998) dove la razza non conta, la costante ricerca per separare il colore dalla razza. “Distinguendo il colore – chiaro, scuro, ‘nel mezzo’ – come il tratto distintivo di una razza si commette un errore. È una forzatura culturale”, ammette la stessa Morrison in un’intervista.
Questa costruzione sociale, basata su un sistema gerarchico al cui vertice c’è l’uomo bianco (ed Europeo), influenza anche tutta la produzione letteraria.

In America, l’origine della letteratura “nera”, se si esclude la tradizione orale, era la “slave narrative”, principalmente autobiografie e memorie, seppure non numerose, degli schiavi. Le scarse testimonianze hanno, tuttavia, una spiegazione. Agli schiavi non era concessa l’educazione necessaria, affinché imparassero a leggere e a scrivere, questo perché il saper leggere e scrivere rappresentava, e rappresenta, una forma di “potere”. Impedire agli schiavi di avere un’educazione, quindi, consentiva ai padroni di esercitare un controllo totale su di essi. Non erano più degli uomini, piuttosto una proprietà. Ma, questo processo di de-umanizzazione, aveva inizio molto prima, privando lo schiavo del proprio nome, a cui veniva affidato quello del padrone, e attribuendogli un “prezzo di mercato” (vi ricorda qualcosa?). Non è un caso, dunque, che nei suoi romanzi Toni Morrison adotti nomi simbolicamente importanti, basti pensare ai personaggi di Baby Suggs o Paul D. in Beloved (Amatissima, 1987).

Amatissima (Beloved) – Toni Morrison – Picwick Edizioni – Photo Credit: amazon.it

In questo processo di de-umanizzazione, dunque, la letteratura ha una enorme responsabilità. In numerose interviste, Toni Morrison ha evidenziato come, in alcuni romanzi di scrittori famosi (Melville, Hemingway), si racconta di un uomo in compagnia di un “nero”. Perché specificarlo? Che importanza può avere ai fini narrativi? Ma soprattutto, la scrittrice evidenzia come il “nero” non abbia nazionalità. In gran parte della letteratura americana, “quando la trama richiede una crisi familiare, niente è più ripugnante di un rapporto fra razze”. Non ha alcuna importanza chi sia l’altro, quale sia la sua storia o da dove venga, l’importante è specificare che è nero, che è altro da noi, altro dal protagonista, come se l’essere nero fosse qualcosa da nascondere.

Ed è proprio il concetto di razza e di “altri” al centro del lavoro di Toni Morrison, The Origin of Others (L’origine degli altri, Harvard University Press, 2017), una raccolta delle sei lezioni tenute ad Harvard nel 2016, durante l’ultimo mandato di Obama, primo presidente afro-americano della storia d’America. È realmente difficile non leggere questa raccolta alla luce dei recenti avvenimenti in Italia (o in Europa, a voler essere più precisi), o nell’America di Trump che con il suo motto “Make America great again” sembra voler dire “Make America white again”.

L’origine degli altri (The Origin of the others) – Toni Morrison – Frassinelli Editore – Photo Credit: amazon.it

Siamo in un tempo in cui, come in quel lontano 1945, in cui i porci avevano paura degli esseri umani, gli esseri umani hanno paura dell’altro, simile e al contempo uno sconosciuto, uno straniero, un “diverso”. C’è da chiedersi perché questo accade ancora oggi. Forse perché, come affermava Zygmunt Bauman, l’“altro”, soprattutto se straniero, mette in discussione quello che “noi”, i nativi, siamo o, almeno, crediamo di essere. Forse perché l’“altro” ci spinge, quasi ci obbliga, a spiegare in che modo agiamo nella nostra vita, determinandola, a dare spiegazioni che non sapremmo dare neppure a noi stessi.  Sconvolge la nostra tranquillità, quella morale, profonda, radicata e, questo, senza dubbio, fa paura.

Come superare la paura dell’altro, dunque, resta un’incognita difficile da risolvere. Per la scrittrice Premio Nobel, è possibile migliorarsi e superare la paura dell’altro tenendo viva la memoria del passato e confrontandosi con esso, tenendo vivo il ricordo delle lotte intraprese, ricordando di avere una storia che è reale, concreta e, solo in questo modo, poter affrontare e comprendere appieno il presente e il futuro, nostro e di “altri”.

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