Per il quarto appuntamento della rubrica e in previsione dell’anniversario dello sbarco in Normandia (il 6 Giugno), il libro di questo mese è “La Pelle”, romanzo di Curzio Malaparte che tratta dell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale.

“Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle.”

Questa frase racchiude l’intera trama del libro, che sviscera le sofferenze di una Itala in rovina negli ultimi momenti della guerra, e nell’ora della liberazione che adesso siamo in grado di festeggiare con sollievo, ma che allora si traduceva in una nuova insicurezza.

Il lascito più grande e più terribile della guerra, secondo Curzio Malaparte, non è stato la povertà, quanto lo strappare agli uomini la dignità umana, ed è per questo che il titolo del libro è “La Pelle”: una pelle che si salva ad ogni costo, anche rinunciando ai propri fari morali, ai propri figli, all’onestà.

Malaparte è ufficiale di comunicazione tra gli Italiani e gli Alleati in vista della salita di questi ultimi verso Roma, e si trova per gran parte dello svolgimento del libro a Napoli. Qui la città derelitta e i suoi abitanti lo tormentano e lambiscono in un moto incessante e tremendo che finisce per svegliare anche un Vesuvio distruttore. Il ritratto che Malaparte traccia della Napoli del 1943 è tanto duro che la narrazione di un pasto a base di sirena, che altro non risulta essere che una bambina cotta e servita su un vassoio in una coda di pesce, riesce a lasciare il lettore col dubbio che simile atrocità potesse essere stata commessa impunemente.
Da Napoli le vicende si spostano a Roma, una capitale vuota di nemici e di forza. Per tutto il tempo del libro,  la liberazione dell’Italia, prima di portare emancipazione, pare causare un tremendo contrappasso dei vincitori sui vinti.

L’interno di una casa di tolleranza napoletana nel 1945

Quello di Malaparte è un romanzo spietato, in cui il realismo suscita quasi solo aggettivi viscerali, e rende perfettamente il senso del concetto di sopravvivenza e oppressione che un popolo sconfitto, nella carne e nell’anima, può dover vivere.
Altro elemento fondante della narrazione è quello di una certa ipocrisia di fondo, che trova ampio spazio nelle pagine del libro.

Fin dall’inizio, il personaggio che funge da collegamento italiano con gli Alleati suscita più di una diffidenza, e viene spesso affrontato in un’ottica di sminuimento costante, come se gli americani volessero sincerarsi della sua fedeltà testandone i limiti; ma è qui che, pure essendo pronto ad affrontare il vilipendio non della sconfitta, quanto del suo continuo rinfaccio, Malaparte esprime la sua più irremovibile critica ai vincitori stessi. I limiti della sua sopportazione diventano chiari quando all’interno di un discorso si introducono i bambini, smerciati da madri disperate, o si parla del sesso e della tratta umana costante nella capitale campana.

Malaparte accetta il ruolo dell’Italia sconfitta, ma non il carico morale che gli Americani vorrebbero affibbiare alla sua popolazione: convinti della propria superiorità etica in quanto vincitori, questi pensano infatti che i vinti siano necessariamente colpevoli, e dunque ignorano le traversie popolari e i propri stessi crimini mentre risalgono lungo la penisola.
Malaparte, invece, vede nella sofferenza popolare un passaggio quasi escatologico, che però è incomunicabile agli Alleati che, nella certezza delle proprie posizioni, non questionano le azioni che li guidano né le pratiche che smentiscono gli stessi loro principi filosofici.

L’eruzione del Vesuvio acquista subito un valore morale chiaro, e sembra voler confermare la condanna degli Americani nei confronti di una popolazione sconfitta

Prima di accettare o rifiutare tale conclusione, bisogna ricordare che Curzio Malaparte è stato “fascista della prima ora”; questo vuol dire ponderare la sua critica alla liberazione alleata senza per questo dubitare della sua veridicità. Vuol dire anche collocare il suo pensiero sulla sessualità nell’ambito storico e politico dell’individuo, e quindi comprendere la sua condanna dell’omosessualità in un’ottica adeguata.

“La Pelle” è un libro che restituisce tutta intera la crudezza della guerra. Leggerlo è poi tanto più interessante perché non tratta tanto degli avvenimenti militari, quanto della psicologia di distruzione che i conflitti si portano dietro, e dunque può fare il paio con altre grandi opere (Niente di nuovo sul fronte occidentale, per fare un esempio) che lasciano impressi gli eventi della storia che più ci hanno ferito.

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