L’ultima estate di Klingsor è un romanzo scritto nel 1920 da Herman Hesse. Vivace ed esistenzialista, essendo abbastanza snello (88 pagine) lo si può divorare in qualche ora.

Perchè vale la pena leggere questo libro? Perché l’esperienza di Hesse (e di Klingsor) è uno specchio della nostra, e un’eco lontana delle considerazioni che, presto o tardi, ognuno compie.
La capacità dell’autore di universalizzare il proprio vissuto è impareggiabile; tutti possono trovare il proprio pensiero specchiato in uno dei vari attori della storia perché, nella separazione netta delle proprie varie anime in diversi personaggi, Hesse ci lascia liberi di scegliere il percorso che più ci si addice, per giungere infine, in ogni caso, all’inevitabile risvolto finale.
L’ultima estate di Klingsor diventa così un breve trattato metafisico e la schiettezza della morte, unita all’ebbrezza estiva e al bisogno creativo, tratteggiano come ideale un’esistenza in cui

“Nessuna sensazione è piccola, nessuna indegna!
Sono tutte buone, buonissime, anche l’odio, anche l’invidia, anche la gelosia, anche la crudeltà.”

Il libro è breve quanto intenso e tratta, attraverso la storia di un pittore, i temi della pienezza della vita e dell’incombenza della morte. Qualcuno ha voluto vedere in questo libro un richiamo a Van Gogh; possibile, ma lontano dalla linea tradizionale della produzione letteraria di Hesse. In effetti, come la maggior parte degli altri lavori, anche questo ha un nocciolo autobiografico, e si può pensare, dunque, che sia stato scritto come espressione (e forse esorcizzazione) di un certo periodo della sua vita.
D’altronde, Hesse trascorse una parte della propria esistenza sul lago di Lugano (che diventa Lunago nella storia), e si cimentò qui nella pittura.

Uno dei lavori di Hesse, datato 1922

Il 1920 poi, anno di pubblicazione del libro, segue la fine della prima guerra mondiale, evento catastrofico che avrebbe segnato la vita di Hesse (e non solo), e caratterizzato la sua produzione futura. Nel 1919, solo un anno prima, l’autore aveva dato alle stampe “Demian”, romanzo di formazione scritto durante la Grande Guerra, in cui questa era sostanzialmente vista e vissuta dai protagonisti come una vera Apocalisse.

Nell’Ultima estate di Klingsor la guerra è lontana, ma sembra poter riecheggiare tra le montagne svizzere attraverso i sentimenti d’incedente morte che si affastellano, a tratti alterni, nella mente del protagonista. La morte diviene infatti la consapevolezza di dover pagare un certo scotto metafisico, che può essere identificato con le brutalità della guerra.
Alcuni dei personaggi secondari del libro, poi, rappresentano verosimilmente due lati opposti dello scrittore nella contemplazione della morte: l’uno ottimista, l’altro prepotentemente negativo. Il libro diventa così grande allegoria di un discorso mentale che lo scrittore deve aver tenuto con se stesso, percependo forse la caducità della propria esistenza; la tempistica di stesura del testo (poche settimane) pare poter confermare questa ipotesi.

La trama si snoda attorno a Klingsor, pittore noto ed apprezzato in ambito europeo, che decide di trascorrere l’estate (la sua ultima) sulle sponde del lago di Lugano. Qui, attorniato da amici che partono e arrivano, la sua fatidica esperienza si sviluppa tra gite naturalistiche, esperienze vivaci e la pittura, che prende sempre più un tono espressionista tanto più ci si addentra nell’intreccio.

Una foto di Hesse nei pressi di Lugano

La consapevolezza della morte dell’artista si forma fin da subito nel lettore, richiamata da una prefazione telegrafica in cui si descrivono le circostanze sconosciute della dipartita, che avviene nel primo autunno.
Il resto del libro, poi, si cura di tracciare gli ultimi mesi dell’esistenza di Klingsor: il pittore, giudicato quasi folle da alcuni, certamente grande bevitore e amante del gentil sesso, si muove tra panorami vividi e ricchi di impressioni. L’intreccio rimane piano dall’inizio alla fine; per questo, chi cerca una storia movimentata potrebbe rimanere deluso: le ore che si accumulano scorrono quiete come un ruscello, intervallate da cene conviviali e lunghi dialoghi a sfondo filosofico. Solo il momento della creazione si fa frenetico, in una smania che prende l’artista per giorni impedendogli anche di mangiare, e lo porta alla consunzione.
Il racconto si chiude con la descrizione dell’ultima opera del pittore, un autoritratto in cui egli vuole riassumere non solo i propri tratti, ma quelli dell’intero mondo che lo circonda.

© riproduzione riservata