Questa volta il libro del mese ci farà vivere la fine della lunga pace europea prima della guerra mondiale, la perdita di valori e ideali che questa comportò, e soprattutto la caduta delle classi nobiliari, soppiantate definitivamente da una società basata sul popolo e per il popolo tutto. Il libro di ottobre è “La cripta dei cappuccini”, di Joseph Roth.

Il libro è una perfetta aggiunta alla nostra biblioteca annuale perché ci cala all’interno di un periodo storico che, per alcuni versi, potremmo reputare simile all’attuale: il protagonista si trova in un contesto sociale e storico in cui i valori fin allora propugnati come certi, e che hanno tenuto in piedi l’intero continente per quasi un secolo, stanno crollando. Tutti sono consapevoli dell’instabilità di una situazione che non può durare, e attendono la rottura dell’equilibrio esistente perché nasca una nuova stabilità, dai connotati tuttavia imprevedibili.

Molti salutarono l’inizio della guerra con fervore. I più erano inconsapevoli di quello che avrebbe generato.

Francesco Ferdinando Trotta, ultimo erede dell’omonima casa, vive a Vienna gli ultimi giorni precedenti l’inizio della Prima Guerra Mondiale assieme ad altri giovani benestanti che condividono con lui la totale mancanza di un ideale cui devolversi. Il 1914 è per il protagonista ultimo anno di disincanto, di cinismo e nichilismo; pure, egli non riesce ad abbandonare la sensazione che esista un mondo idealizzato, quello dell’Impero nella seconda metà dell’Ottocento, dell’Eroe di Solferino suo avo, che incarna valori ora reputati insignificanti come l’amore e la lealtà. Un mondo che suo malgrado sta crollando e a cui, dunque, Francesco Ferdinando è consapevole di non doversi aggrappare.

Allo scoppio della guerra il giovane prova comunque a coltivare e cercare questa realtà alternativa: sposa una giovane di cui si ritiene innamorato nell’impeto quasi suicida della chiamata alle armi; abbandona il proprio reggimento per unirsi a quello di parenti lontani ma legati al sincero mondo che lui ammira. Entrambe le scelte si riveleranno fondamentali: la prima perché la moglie finirà – dopo innumerevoli peripezie, amori illeciti, affari rovinosi –  per lasciarlo in favore di imprecisate prospettive di carriera nel mondo dello spettacolo; la seconda perché Francesco Ferdinando si ritroverà catturato dai russi, per essere liberato solo alla fine del conflitto, quando Vienna è oramai un mondo che non gli appartiene più neanche apparentemente.

Il giovane si ritrova dunque in una situazione di alienazione personale e familiare: in breve è costretto assieme alla madre a cedere pezzo a pezzo la propria nobiltà in cambio di escamotages che, pur non essendo degni dello status dei Trotta, gli garantiscono la sopravvivenza. I suoi amici, come lui, si trovano fuori tempo in un mondo in rapido cambiamento, che si dirige verso il nazionalsocialismo degli anni ’30. L’ultimo emblema del passato sempre ammirato, e oramai morto per sempre, è la cripta dei cappuccini: al suo interno l’Imperatore Francesco Giuseppe, simbolo del defunto Impero, della nobiltà, di una vita che avrebbe dovuto essere facile, riposa per sempre. Il protagonista vi si reca la sera della presa del potere dei nazisti, ma anche questo ultimo appiglio gli è precluso; la cripta è chiusa, e con essa ogni pensiero che non si attagli al nuovo mondo è ormai di troppo.

La tomba dell’Imperatore Francesco Giuseppe, topos del libro

Joseph Roth descrive con precisione puntuale configurazione sociale e statale che sarebbe sfociata nel conflitto del 1914-1918. Questo è dovuto al fatto che “la cripta dei cappuccini” prende le mosse da situazioni da lui veramente vissute, romanzate ed edulcorate ma che tracciano vicende realistiche, quando non reali.

Roth si arruolò tra i fanti durante il primo conflitto mondiale e assistette al crollo dell’Impero Austro-Ungarico, per poi vivere del proprio lavoro da giornalista e scrittore tra Vienna, Berlino e la Francia. La caduta della nobiltà e del sistema sociale che ad essa si accompagnava (l’Impero tutto, insomma) è abilmente descritta nel romanzo come un processo quasi impercettibile, fatto della somma di avvenimenti minimi e tutti umani: la madre di Francesco Ferdinando che si arrende alla necessità di fare della propria casa una pensione, idea che solo pochi anni prima la repelleva, è una delle rappresentazioni di una crisi le cui redini pare impossibili trovare, perché sono estranee alla vita del singolo e si accompagnano all’invecchiamento stesso della popolazione che aveva costruito gli ideali ormai trascorsi.

In tutto il romanzo il protagonista si trova in estremo anticipo o incredibile ritardo rispetto ai suoi coetanei e concittadini, consapevole dell’instabilità del modello di vita passato e tuttavia incapace di abbracciare quello che verrà, poiché troppo diverso dal proprio.

La cripta dei cappuccini, citata poco nel romanzo, è tuttavia presente come un’ancora cui Francesco Ferdinando si aggrappa tanto più quanto la partecipazione attiva al nuovo mondo che si configura (e che prefigura l’avvento del nazismo), gli sfugge come cosa che non appartiene. Francesco Giuseppe, ivi sepolto, è testimonianza estrema di un’epoca che non tornerà, e che condanna il protagonista ad un’esistenza prima priva di valori, poi priva di appigli.

© riproduzione riservata