Il libro del mese ci porta, questa volta, nel mondo del fantastico e della filosofia, facendoci riflettere sulla realtà che ci circonda, quello che conosciamo e quello che siamo. È il mese di Jorge Luis Borges, e de “L’Aleph”. Pubblicato per la prima volta nel 1949, tradotto in italiano solo dieci anni dopo, la raccolta di storie brevi è stata per molti il primo approccio al grande autore argentino. Il fascino del libro, come dell’opera letteraria di Borges, risiede nella capacità di costruire realtà fortemente permeate dal magico e dal fantastico, senza per questo apparire incredibili. Non a caso, alcuni critici hanno attribuito a una sua opera il ruolo di pietra miliare per la nascita del realismo magico come movimento letterario.

Il labirinto è una delle tematiche principali dell’opera di Borges

Dal momento che l’opera si configura come una raccolta di racconti, non è possibile parlare della trama come di un unicum, e del resto trattare i singoli racconti rischierebbe di rovinare al lettore la sorpresa che ad essi si deve accompagnare. Per questo, ci addentreremo direttamente nella narrazione e nelle sue particolarità.
Borges ci porta nei suoi labirinti conducendoci per mano, e per questo non ci permette, spesso, di comprendere quando e come effettuiamo delle svolte nella narrazione; solo alla fine del racconto spiegherà il segreto di quelle scelte, fornendoci la chiave della fuga dal labirinto, o il suo contrario.
In altre occasioni, i racconti si dipanano invece attraverso linee più chiare, che il lettore segue per il fascino delle idee contenute in esse. Sono questi, in effetti, i due artifici narrativi principali dell’opera, utilizzati a seconda che si voglia dare risalto a un’ idea, geniale nella sua semplicità, o a un percorso mentale il cui valore è proprio nell’esercizio intellettuale e filosofico.

Prendiamo due esempi: la “Storia dei due re e dei due labirinti” narra di un re, babilonese, che fa costruire un labirinto in cui ogni uomo avrebbe dovuto perdersi, qualora entratovi. Egli invita poi un re arabo al suo palazzo, spingendolo nei corridoi dedalici convinto si sarebbe perduto; ma il re arabo non si smarrisce, e una volta uscito afferma invece che anche nel suo paese esiste un complesso simile, e che se Dio vuole il re di Babilonia ne verrà a conoscenza. Segue una guerra in cui il re arabo sconfigge quello babilonese, facendolo prigioniero. I due, poi, per tre giorni si addentrano nel deserto del paese del re arabo; questi libera quindi il prigioniero, e gli spiega che quello era il suo labirinto, privo di scale e porte da forzare, eppure ugualmente mortale.
Ne “I Teologi”, invece, viene sottolineato come la ricerca filosofica sia spesso un esercizio che contiene in sé un’affermazione e il suo contrario, a seconda del contesto all’interno del quale questa si situa. Questo, ovviamente, relativizza ogni possibile ricerca della Verità, e dunque porta a una riconsiderazione fondamentale del concetto della vita e del suo significato.

Jorge Luis Borges

La contrapposizione tra complessità e semplicità è un topos molto utilizzato da Borges: al pensiero labirintico fa da contralto una monotona ossessione (come ne “Lo Zahir”) che pure mette in dubbio il valore del primo grazie alla sua essenziale e innegabile veridicità.
Altro tema fondamentale è quello della circolarità, dell’eterno ritorno: molte storie presentano, ognuna nel proprio modo, un riferimento alla non linearità della storia e al concetto filosofico che ciò che è stato debba ritornare. Ciò vuol dire pure che esiste un punto in cui tutto dovrà ritornare a concentrarsi in un solo punto in cui la storia e ogni persona sono contenute, e che dunque, in sostanza, tutto ciò che conosciamo è coincidente, pur sembrando diverso ai nostri occhi calati nella realtà del quotidiano. È, questa, una idea complessa che Borges riprenderà in altri racconti (contenuti nella raccolta “Finzioni”) e svilupperà lungo tutta la sua carriera.

Infine, il rapporto tra menzogna e verità occupa un posto importante, dentro e fuori delle storie dell’opera, per cui l’omissione rappresenta un artificio essenziale in tutti i sensi. In alcune storie questa aiuta a formulare una verità che è somma di fatti realmente avvenuti, ma cosa diversa dal loro complesso (la storia di Emma Zunz ne è l’esempio). In altre, l’omissione dell’autore, in principio innocente per il lettore, è chiave di volta dell’intera narrazione: è il caso de “La casa di Asterione” in cui questi rimane personaggio sconosciuto fino alle ultime righe del racconto, per poi definirsi, nella nostra mente, come qualcuno a tutti noto nella cultura mondiale, suscitando meraviglia e stupore.

Borges, riconosciuto come uno dei più grandi autori sudamericani, pur non avendo mai vinto un Nobel, ha influenzato profondamente la cultura letteraria mondiale. Umberto Eco, per esempio, ne “Il nome della Rosa” chiama Borges uno dei coprotagonisti, bibliotecario; altri autori, da Italo Calvino a Julio Cortazar, sono profondi debitori dell’argentino per le tematiche che permeano i loro libri. L’Aleph rimane uno degli esercizi meglio realizzati della sua carriera e, per questo, è un’opera che merita di far parte del nostro anno di libri.

© riproduzione riservata