Ha vissuto il Novecento proclamandosi un “apolide metafisico”, votandosi al sapere, facendo dello studio e della scrittura le sue ragioni di vita: attorno alla figura di Emil Cioran, pensatore e prolifico scrittore del quale oggi viene ricordata la scomparsa, avvenuta il 20 giugno del 1995 a Parigi, aleggiano una vena di mistero e molte contraddizioni. Personalità tra le più influenti del ventesimo secolo, Cioran condusse una vita fuori dagli schemi, compiacendosi della sua prediletta solitudine come di una grande conquista antropica. Autore di grande levatura, egli esula dalla possibilità di essere annesso a una precisa corrente filosofica.

La formazione

Cioran, nato in un’abbiente famiglia l’8 aprile del 1911 nella città di Sibiu, in Romania, si avvicinò agli studi filosofici appena diciassettenne, scegliendo di iscriversi alla facoltà di filosofia di Bucarest; animato da una grande passione per la materia intrapresa, egli rimase profondamente colpito, negli anni della formazione, da Kant, Hegel, Schopenhauer, Heidegger, con i quali maturerà un profondo legame ideologico ravvisabile nella sua intera produzione. Ma gli studi di Cioran furono vastissimi, e si protrassero nel tempo come una grande consolazione di fronte al peso dell’esistenza. Egli approfondì l’analisi dei filosofi presocratici e poi degli illuministi, si avvicinò, inoltre, alla letteratura patristica, a quella classica e contemporanea. Studiò, tra i tanti autori di riferimento, Dante, Thomas More e Tommaso Campanella, e fu intimamente colpito da Leopardi, che definì idealisticamente come un “fratello” per via della congiunzione tra il soffio vitale pessimistico comune alla sua produzione e a quella del poeta italiano.

Un esordio emblematico

Pe culmile disperării, ovvero Al culmine della disperazione (1934) è il titolo della prima opera di Cioran, che egli elaborò a soli ventidue anni inserendovi quelle che diverranno poi le idee portanti di tutto il suo pensiero, anche quello della maturità. L’autore appare, in questo testo, come un uomo privato di ogni appartenenza, perduto in un deserto di misantropia e di sfiducia nel progresso, costretto a sottostare alle impietose (e inspiegabili) leggi dell’esistenza. In particolar modo, quello dell’insonnia è da riconoscere come uno dei motivi preminenti che trascinarono Cioran di fronte al mondo della scrittura, da egli considerata l’unica attività in grado di alleggerire il gravoso fardello della vita.

La scelta della lingua francese

Dopo aver composto le prime opere filosofiche in lingua rumena, a partire dal 1947 Cioran, trasferitosi nella città di Parigi un decennio prima, decise di adottare unicamente l’idioma francese come mezzo espressivo per le sue prose: due anni dopo egli pubblicò Précis de décomposition, ovvero Sommario di decomposizione, volume nel quale viene sviscerato in particolare modo il tema del suicidio, unico atto umano dal quale egli fu sempre profondamente affascinato. In questa opera scrisse:

Non vi è libertà se non nella negazione dell’esistenza, in un sorriso che sovrasta paesaggi annientati.

L’attualità di Cioran

Navigando in un mare di scetticismo e in un dominante senso di incapacità, Cioran si dedicò alla scrittura mantenendo sempre viva una sottile traccia di ironia nei confronti della vita e della sua assurdità, sulla stessa linea di Eugène Ionesco, un amico con il quale condivise gran parte del proprio cammino.

E proprio nella commistione tra pessimismo nei confronti del progresso umano e schietto sarcasmo risiede la genialità di questo filosofo: la voce di Cioran risuona, infatti, come un perspicace ammonimento nella società contemporanea, che in particolar modo attraverso i social network e gli spazi pubblicitari promuove la felicità come un obbligo, e la fa assurgere a traguardo quotidiano dal quale è inverosimile esimersi.

© riproduzione riservata