Fumo. Già il primo capitolo delle sue memorie porta il nome della sua sconfitta. Fumo è molecole all’aria, un tourbillon sgraziato e casuale che sale e si dirada, e diradandosi sale a nascondere i profili dietro fitte coltri di grigio. Zeno Cosini è anzitutto questo: inconsistente come nuvole di sigaretta, perso come il loro fluttuare confuso, vago come quel colore indefinito.

Il vizio è la condanna dell’uomo debole. Zeno fuma tutto ciò che trova in casa sin dall’adolescenza, è incallito, schiavo, dipendente. Non c’è fioretto che tenga di fronte a futili volontà: ogni occasione è giusta tanto per smettere quanto per ritardare i patti col destino. Così i buoni propositi si traducono in ipocrisia con sé stesso, le soluzioni diventano eventualità: come dire, Zeno rimanda sempre a domani, sapendo che domani farà altrettanto. Il deficit da fumatore è la chicca che utilizza Svevo per studiare la personalità del suo uomo: mai dare per scontata La Coscienza di Zeno, che è tutto tranne che un piacevole libro per l’estate.

“Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna, è arte allo stato puro.”
René Magritte, Clear Ideas, 1958
Fonte: wikiart.org

L’indagine è sul capriccio, motore delle cose, se si pensa che La Coscienza non è che il memoriale di sedute psicanalitiche pubblicato dal quel celebre «Dottor S.» (forse Svevo stesso?) per vendicarsi del comportamento del suo assistito, irresponsabile disertore della cura. Che paghi lo scotto con la vergogna, dunque: che conoscano tutti i suoi limiti, le sue paure, le sue insicurezze. Il romanzo è un universale, dentro c’è l’uomo e tutte le sue sfaccettature: e dentro l’uomo, ci siamo noi. Noi che siamo l’effetto della modernità che rese la classe medio-borghese prigioniera della sua condizione di anonimato, paralizzata nella rigidità di schemi imposta dalla mitomania della Grande Guerra, durante la quale ogni cittadino – ogni costitutore della società – rivendicava l’attività del suo ruolo e della sua professione, esaltando la guerra come riflesso di un’esaltazione di sé. Lo sbando di Zeno è dunque sintomo della malattia contemporanea, dell’inerzia inarrestabile dell’arrivare, senza però capire dove né con quali mezzi.

Una scena tratta dallo spettacolo La Coscienza di Zeno spiegata al popolo, 2014, al teatro Miela di Trieste
Fonte: miela.it

Svevo incornicia il canonico ritratto dell’inetto ed espone la sua tela nella grande sala del primo Novecento, tra tanti altri capolavori. Ma l’inettitudine inchioda l’uomo alla passività più totale, lo uniforma al vuoto che si crea intorno: Zeno no, è particolare, diverso. Zeno è lo stolto eclettico, che nella sua immobilità riesce a governare la vita semplicemente lasciandosela scivolare addosso, prendendo le situazioni per la coda, a volte pure alla cieca, capace però di scommettere sempre sulle carte giuste.

È rancoroso Zeno, ripensa allo schiaffo datogli dal padre in punto di morte, gesto in tutti i sensi estremo che sancisce il difficile legame tra i due: schiacciato dal peso di un ricordo che non vorrebbe ricordare, Zeno vive sostenendo il macigno del rimorso. Ma su lui piove la buona sorte, come quando tra le quattro – quattro – figlie dell’imprenditore Malfenti sposa la più brutta, che finisce però col rivelarsi la vera donna di casa, trasfigurazione della madre e moglie perfetta. Ciò non toglie però che l’amore per Augusta Malfenti sia insipido, emblema della trasparente indifferenza di Zeno. La comodità di un affetto senza slancio, la sicurezza di una donna presente che scandisce regolarmente una vita domestica da lei sola trainata e trascinata, con diligenza e consapevolezza. Di contro, l’irresponsabilità di istinti che si rifugiano nel brivido dell’avventura, l’amante Carla: un fuoco che l’affidabilità di Augusta non ha mai alimentato. La certezza ostruisce la fiducia, soffiando forte sulle braci del tradimento.

Zeno e la signora Malfenti, una scena de La Coscienza di Zeno, 2013, regia di Maurizio Scaparro
Fonte: artslife.com

Zeno traduce la massima per cui non serve essere vincenti per non perdere. Messaggio imponente ma ingombrante, elevato alla potenza dell’ultima ruota del carro. Non a caso Zeno è – letteralmente – quasi zero, porta con sé l’indizio della nullità nel cognome, che rimanda a quanto di più generale esista – Cosini, come una qualunque cosa – delegando l’inizio anagrafico all’ultimo segno alfabetico – Zeno, con la Z.

Svevo pare ci voglia dire che se è valso per lui, allora a tutti è resa accessibile una seconda opportunità. Anche se il finale apocalittico presagisce una catastrofe mondiale: un’esplosione gigantesca e «bum!», l’umanità si rigenererà dalle sue stesse ceneri. Col senno di poi ci sentiamo di poter dire che non sia andata proprio così, ma che non per questo – forse – ogni «oggi» non sia una nuova origine, un costante, nuovo inizio. Del resto è questo che significa «la vita non è né brutta né bella, ma è originale!». Cambiamento e rinnovamento, nel nome di un destino cieco. Ma se il rinnovamento passa per la distruzione, allora c’è necessariamente da pagare lo scotto di una rinuncia: è quella ai valori cui Zeno è ostile, impermeabile, quelli che l’inetto contratta con la buona sorte. Ma è proprio questo suo farsi esempio la grande forza: saper indicare e anzi incarnare il punto da cui partire per migliorare, e migliorarci.

Per questo raccontiamo la storia di Zeno come se parlassimo sempre un poco di noi. Che dapprincipio siamo tutti piccoli zeri, piccole origini e piccole cose.

La rivelazione della Z.

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