Donne giraffa della Thailandia, le donne dell'etnia Kaya

Donne giraffa della Thailandia, le donne dell'etnia Kaya

Le donne giraffa vivono in Thailandia, per la precisione nel villaggio di Mae Hong Son, nelle vicinanze del Triangolo d’oro, al confine con il Myanmar e il Laos.
Qui vive il gruppo etnico minoritario dei Kayan di cui fanno parte le donne giraffa.

Queste donne, che fanno parte del gruppo etnico del Padaung, sono originarie dello stato del Kajah, la porzione centro-orientale della Birmania; il loro nome, nella lingua Shan, significa “coloro che indossano le spirali di ottone”, ma queste donne sono comunemente conosciute con l’appellativo di “donne giraffa”, a causa del loro collo deformato dal peso degli anelli che iniziano a portare all’età di sei anni.

Ogni anno un nuovo cerchio si aggiunge alla fila, fino ad accumulare un peso totale di circa venti chili e mezzo; il risultato, dunque, è l’illusione di un collo lungo come quello di una giraffa. Al contrario di quello che la maggior parte delle persone pensa, non è il collo ad allungarsi ma la clavicola con una parte delle costole superiori, che, in seguito alla pressione esercitata dalla fila di anelli, sembrano essere parte del collo stesso.

Alcune donne giraffa in posa per una foto ricordo (fonte: wikipedia.org)
Alcune donne giraffa in posa per una foto ricordo (fonte: wikipedia.org)

Sono numerosi e diversi i motivi che hanno spinto questa etnia affascinante a continuare la tradizione: qualcuno pensa che le donne Kayan si proteggano, tramite questi anelli, dai morsi delle tigri; altre persone affermano che è un metodo per risultare meno attraenti agli occhi degli uomini, e dunque per conservare la loro purezza; ma le voci popolari affermano che solo le bambine nate nel mercoledì di luna piena, destinate a essere delle principesse e dunque ad attirare su di loro gli attacchi degli spiriti maligni, devono coprirsi interamente il collo con l’ottone.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non ho interesse a parlare degli anelli di ottone al collo delle donne-giraffa, considerati un supplizio, una sottomissione imposta (proprio loro stesse, all’età di sei anni, chiedono di poter indossare la spirale d’ottone per rientrare in un canone di bellezza e in una tradizione ragguardevole), ma vorrei piuttosto denunciare la condizione di sfruttamento e di violazione dei diritti fondamentali alla quale le donne-giraffa si sottomettono con disinvoltura.

Negli anni Novanta, nel contesto della guerra civile in Birmania, l’etnia Kayan è stata obbligata ad abbandonare la sua terra d’origine per scappare dalla persecuzione dell’armata nazionale. che perseguitava l’etnia al fine di rompere ogni tipo di alleanza delle tribù con i movimenti della guerriglia, riducendola alla schiavitù.

Il territorio che per loro rappresentava una speranza era proprio la Thailandia, dove si sono rifugiate con l'augurio di trovare pace e tranquillità. Il governo thailandese ha accolto infatti queste donne (poco più di cinquecento), ma questo è stato attirato immediatamente dalle donne-giraffa, poiché ha visto in loro la possibilità di un’attrazione turistica.

Una volta ottenuto lo status di rifugiate politiche, le donne giraffa sono letteralmente rinchiuse nel loro villaggio, visitabile dai turisti: l’incasso del biglietto è un finanziamento al governo thailandese. Queste donne vivono nell’impossibilità di uscire, di integrarsi nella società, di lavorare, di parlare con persone esterne al villaggio, di ricevere istruzione, di essere indipendenti: vivono in una vera e propria prigione a cielo aperto, sotto agli occhi dei turisti che passeggiano nel loro villaggio, incoscienti della reale situazione.

Una donna giraffa impegnata nelle faccende di tutti i giorni (fonte: wikipedia.org)
Una donna giraffa impegnata nelle faccende di tutti i giorni (fonte: wikipedia.org)

Le donne giraffa sono considerate al pari degli animali in uno “zoo umano”. Sono tutte donne costrette a farsi immortalare con pose sorridenti, sotto allo sguardo dei turisti che visitano il villaggio per fotografarle. Per un turista è avventuroso montare su una jeep e attraversare la foresta alla ricerca dell’esotico. La realtà, per loro, è ben diversa. Si tratta di un caso di prostituzione turistica riguardante le donne coinvolte in questa messa in scena teatrale, che fingono la normalità; il biglietto d’ingresso è il prezzo che si paga per vedere una giovane che suona la chitarra, una madre con il suo bambino, un’anziana signora che tesse tele da vendere ai turisti.

Dopo aver ottenuto lo stato di asilo politico, la piccola tribù delle donne Kayan ha ricevuto, con una trappola, l’attributo di “Chao Khao”, ovvero “tribù delle montagne”. In cambio di differenti “privilegi” come l’assistenza medica è stata donata a questa popolazione una serie di obblighi: i membri delle minoranze etniche delle montagne, infatti, non possono spostarsi liberamente in Thailandia, tantomeno allontanarsi dal proprio distretto di appartenenza.

Se le persone avessero la possibilità di vedere le donne-giraffa vagare per le strade della città, non pagherebbero di certo per vederle rinchiuse nel villaggio. Nel caso particolare delle Kayan, si aggiunge a tutto questo l’esplicita rinuncia di rimpatrio volontario in Birmania e l’annullamento di ogni piano di accoglienza per i rifugiati nei paesi esteri, come evidenza Martino Nicoletti, antropologo italiano specializzato nelle condizioni di vita di queste donne.

Una giovane donna giraffa ignara di essere considerata un'attrazione turistica (fonte: wikipedia.org)
Una giovane donna giraffa ignara di essere considerata un'attrazione turistica (fonte: wikipedia.org)

Le cose sono parzialmente cambiate nel 2005, quando l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha condannato il governo thailandese per la sua condotta, che ha privato le donne Kayan di ogni diritto inalienabile e fondamentale dell’essere umano. Questa condizione di cattività cosciente che affligge la minoranza di donne-giraffa sfugge agli occhi della maggior parte degli uomini, soprattutto dei turisti che senza conoscere la verità partecipano a questo gioco perverso.

Platone diceva che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Infatti, dietro all’apparenza di donne meravigliose, di una bellezza rara, ci sono sguardi malinconici che chiedono aiuto.

Giada Bortoletti
Editor della sezione lifestyle
Tra una passeggiata nel parco e una lezione di fitness amo leggere romanzi di amore e guardare film a lieto fine. Una vita sempre in ritardo e di corsa.