Un prototipo è fatto per sbagliare. Così, qualche giorno fa, il primo modello di barriera galleggiante per la raccolta della plastica in alto mare, inventato dalla organizzazione non governativa Ocean Cleanup, è stato trasportato nuovamente a riva, dopo essersi danneggiato e avendo dimostrato una performance di molto inferiore alle aspettative dei suoi creatori (e investitori).
Molti avranno visto il video con cui venivano illustrate le intenzioni originali del progetto: una “cintura” di plastica gonfiabile che, senza turbare l’equilibrio e la pace degli organismi marini, sarebbe stato in grado di raccogliere le montagne di plastica oceaniche per portarle a riva, permettendo così la loro processazione.

Ora “Wilson”, questo il nome del prototipo, è tornato in porto, e per Ocean Cleanup si apre un difficoltoso momento di analisi degli errori commessi. Questo episodio non arresta certamente il progresso in favore dell’ambiente, ma ci spinge, forse, a riconsiderare l’importanza che diamo al “miracolo tecnologico” quando si parla di cambiamento Cclimatico.

Uno dei prototipi che Ocean Cleanup ha messo in campo per pulire l’oceano dalla plastica

Nel complesso mondo delle politiche ambientali, confidare nelle innovazioni è un elemento indiscutibile; facciamo un esempio. Secondo le prospettive attuali su cui si basano importanti trattati (come l’Accordo di Parigi), solo grazie al Carbon Capture and Storage (CCS, abbreviato) riusciremo a evitare che le temperature mondiali si innalzino di più di due gradi entro il 2100. Il CCS consiste, in breve, nel sequestrare l’anidride carbonica dall’aria e infiltrarla nel sottosuolo, tramite appositi meccanismi e possibilmente utilizzando da deposito gli ormai esauriti bacini gasiferi e petroliferi mondiali; tecnologia affascinante, indubbiamente, e che tuttavia si trova ancora in fase pilota, e non è esente da rischi ambientali e sismici. Di conseguenza, le decisioni politiche attuali si appoggiano, in buona misura, sulla supposizione che il CCS entrerà in funzione a pieno regime entro il 2030.

Tale visione ottimistica è forse il caso più emblematico dello stallo in cui ci troviamo: da un certo punto di vista l’azione si fa oramai necessaria; dall’altro, nessun Paese vuole fare il primo ambizioso passo per la causa ambientale. Perchè siamo tanto riluttanti?

Il primo motivo è che speriamo che le innovazioni tecnologiche del domani possano risparmiarci il sacrificio politico oggi. Perchè sforzarsi a cambiare le abitudine della popolazione se poi verrà inventato un sistema che trasforma l’anidride carbonica in nuovi materiali?
La seconda ragione è correlata. Proviamo a comparare la dimensione individuale a quella statale: rinunciare a una cattiva abitudine come il fumo causa, nel breve periodo, effetti più negativi che positivi, legati alla dipendenza. Allo stesso modo, eliminare gli incentivi per le fonti fossili o dimostrare una maggiore ambizione in termini di politica climatica ha un effetto nefasto su alcuni comparti economici (non solo l’industria, perchè anche l’agricoltura ha enormi sussidi sui carburanti) e anche sulle tasche dei contribuenti, che si troverebbero a pagare bollette più alte, autostrade più care,  e così via. Dal momento che i politici devono fare i conti con la volontà popolare a cicli di pochi anni, i benefici di lungo termine portato dalla conversione economica e da un maggiore benessere ambientale vengono allora posposti alle retribuzioni istantanee. Esattamente come quando chi fuma preferisce il piacere della sigaretta alla salute polmonare.

Alcuni Paesi sono più virtuosi di altri: quelli in via di sviluppo si dimostrano spesso attivi e pronti ad abbracciare l’economia verde, soprattutto perchè si industrializzano ora per la prima volta e perchè consci che le conseguenze del cambiamento climatico li colpiranno per primi; nonostante questo, la speranza che lo sviluppo possa passare attraverso le medesime modalità del ventesimo secolo rimane ferrea anche nella loro politica.
Il problema è che, però, questo non è più possibile. Le statistiche ci dicono che i mari non sono mai stati tanto sfruttati, i terreni tanto inquinati, i cieli tanto pieni di polveri e gas serra; garantire alla parte di popolazione che si sta arricchendo un tenore di vita “occidentale” vuol dire affossare definitamente i cittadini più poveri.

Secondo le proiezioni attuali, i metodi per sottrarre anodride carbonica dall’atmosfera rappresenteranno un pilastro dell’abbassamento delle emissioni in futuro.
Ma per ora la tecnologia non è abbastanza sviluppata.

La tecnologia, pur facendo dei passi da gigante, non sta ancora al passo dell’economia, e per questo non ci salverà da sola. Non parliamo, qui, tanto di salvezza della specie, che comunque in un modo o nell’altro (forse solo ai più ricchi, chissà) verrà garantita, quanto di salvezza individuale: procrastinare ancora scelte politiche necessarie aumenta il costo del cambiamento futuro in termini di vite umane, che noi le vediamo oppure no. Quando si spendono milioni per la messa in sicurezza delle case si risparmiano miliardi in risarcimenti alle famiglie di chi viene travolto da frane e smottamenti; se si guida la popolazione verso la riduzione dei consumi si contribuiscono ad evitare problemi di smaltimento dei rifiuti e polveri sottili (senza parlare della questione dei diritti umani legata al consumismo), e quindi a ridurre l’incidenza di tumori e malattie respiratorie correlate all’inquinamento.

Il percorso per invertire la rotta esiste, è già stato tracciato. Ciò che ancora manca, purtroppo, è una classe politica che, sia a livello mondiale che nazionale, sia in grado e volenterosa di scendere a compromessi pur di garantire l’ottenimento di risultati benefici per l’intero pianeta.

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